Archivio di luglio 2009

Demofoonte a Ravenna Festival

giovedì 23 luglio 2009

Pochi grandi direttori in Italia ( e nel mondo) si sono cimentati nel recupero di partiture dimenticate e le hanno restituite ai contemporanei. La maggior parte di essi infatti ha preferito rimanere nel solco della tradizione e restringere con l’avanzare della carriera l’obiettivo del loro lavoro per non andare incontro a possibili imprevisti o meglio mancati trionfi. Riccardo Muti dopo quasi un trionfale ventennio alla Scala si sta dedicando da qualche anno alla riscoperta di alcuni titoli dimenticati fra cui Il ritorno di don Calandrino di Cimarosa e Il matrimonio inaspettato di Paisiello, entrambi da noi apprezzati al Teatro Municipale di Piacenza. Particolare aspettativa vi era per questo Demofoonte di Jommelli su libretto di Pietro Metastasio con la regia di Cesare Lievi e la coproduzione del Festival di Salisburgo e dell’Opéra di Parigi. Difficile però poter giudicare una prima esecuzione assoluta in tempi moderni mancando i termini di paragone. Come non rimanere ammirati davanti alla maestri e all’eleganza con cui il maestro napoletano famoso nel mondo conduce l’ouverture dove come raramente avveniva nelle opere italiane di quel tempo il tessuto armonico è assai denso e si intreccia mirabilmente con quello melodico a vivacizzare linee raramente consistenti ed originali.. Il Maestro opera anche diversi tagli ai recitativi non pecca certo di profondità drammatica ma l’insieme di circa tre ore di musica risulta alla fine pesante e di ascolto impegnativo per noi stessi che siamo cultori del belcanto, figuriamoci se non lo fossimo….Le voci sono buone nel loro insieme chiamate a svolgere tessiture ingrate e vertiginose come non mai, tali da dare ragione al grande Gluck che pochi anni dopo operò la famosa riforma per limitare lo spreco di agilità e virtuosismi fini a sé stessi e dare spazio all’intensità drammatica. Nessun cantante si evidenzia anche se tutti si disimpegnano più o meno bene. Ricordiamo il tenore protagonista Dimitri Korchak . Le quattro donne Maria Grazia Schiavo, Josè Maria Lo Monaco,Eleonora Buratto e Valentina Coladonato son ben preparate ma tutte appaiono limitate in qualche aspetto,sia vocale che interpretativo. Un plauso è poi da attribuire al maestro Muti che ha finalmente adottato l’uso delle voci di controtenore anche se in questo caso i risultati non sono stati entusiasmanti, vale la pena di persistere. In tale registro vocale si annidano infatti i migliori fra i musicisti contemporanei. Antonio Giovannini e Valer Barna Sabadus hanno il tempo e i numeri per migliorare e rafforzarsi e superare alcune insicurezze. La regia di Lievi è piuttosto didascalica ma non disturba l’occhio anche se fra le scene neoclassiche di Margherita Palli con le colonne distese e i costumi moderni di Marina Luxardo non vi è molta armonia. Latita la recitazione un po’scontata e banale. Diverse chiamate al proscenio per il maestro e la compagnia.

Ave Maja al Ravenna Festival

venerdì 17 luglio 2009

E’sempre stato un mito a sé stante quello di Maja Plisetskaja che oggi le giovanissime generazioni possono conoscere solo in video, quei pochi che l’epoca permetteva. Un mito unico soprattutto per la sua eccezionale personalità in cui la grazia tanto decantata come virtù principale di una ballerina classica passava in secondo piano rispetto ad esempio al carattere o molto spesso alla drammaticità delle sue interpretazioni. Non per niente Carmen e Anna Karenina sono ritenute universalmente interpretazioni magistrali. Ma la grande étoile di origini ebraiche rifletteva in sé le terribili sofferenze inferte dal regime sovietico che mai le permise di allontanarsi dall’URSS fatta eccezione per le grandi tournées che come étoile del Bolshoi la videro protagonista assoluta un po’dovunque. La serata ravennate dello scorso 4 luglio al Pala De André avrebbe dovuto concludersi con l’esecuzione di Ave Maja il celebre pezzo di Maurice Béjart creato espressamente per lei,ultima grande diva di una generazione ormai in via di estinzione. La serata iniziava con un breve video in bianco e nero di alcune leggendarie interpretazioni della Plisteskaja nei suoi anni migliori. La sera del 4 luglio a 89 anni non si è sentita di presentarsi in scena in costume, ma ha preferito semplicemente eseguire alcuni maestosi port de bras a coronamento di una serata in cui otto fra le più celebri étoiles del Bolshoi e del Mariinskij di San Pietroburgo interpretavano alcune fra i più celebri passi a due dell’intero repretorio. Sarà forse per questo che essendo le aspettative all’altezza della fama dei due corpi di ballo non sempre sono state soddisfatte appieno.Un palcoscenico completamente nero senza alcun elemento scenico avrebbe richiesto un maggior gioco di luci . Si distingueva indubbiamente Nikolaj Tsiskaridze giovane e affascinante Narciso mentre Ilze Liepa nella Dance Russe di Ciaikovskiana memoria, appariva fragile e inutilmente zuccherosa. Anche la Carmen di Marija Alexandrova che apriva la serata non convinceva per scarsa passionalità e immedesimazione. Al contrario Andrej Merkurev in Adagio di Bach su coreografie di Mirosnicenko interpretava la plastica e moderna coreografia per lui perfetta. Vero punto forte La morte del cigno nel magico ondeggiare di Irma Nioradze di cui l’intensità faceva realmente pensare alle grandi del passato senza troppa nostalgia.Un Don Chisciotte pas de deux, con Michail Lobuchin in forma smagliante e una Marija Alexandrova non così brillante come ci si sarebbe aspettati, chiudeva la serata.

                                                                                                                                  

Italiana in Algeri chiude la stagione del Verdi di Trieste

lunedì 13 luglio 2009

Italiana in Algeri a Trieste fu rappresentata l’ultima volta nel 1991 con un cast che potremmo definire da incisione discografica se le case discografiche facessero oggi come ieri un vero e proprio lavoro meritevole, Se sapessero cioè effettivamente documentare interpretazioni da antologia nel rispetto di quelli che sono effettivamente i migliori cantanti in circolazione al momento e non quelli con cui hanno contratti da confermare.E più redditizio creare pochi divi in grado di cantare un po’ tutto il repertorio. Si trattava infatti di Ewa Podles, William Matteuzzi Alfonso Antoniozzi e Alberto Rinaldi fra i quali almeno i primi tre sono da annoverare fra i migliori nella storia dell’interpretazione rossiniana. Possiamo dire che oggi Daniela Barcellona Lawrence Brownlee, Paolo Pecchioli e Paolo Bordogna rispettivamente nei ruoli di Isabella, Lindoro, Mustafà e Taddeo si sono dimostrati, pur con alcuni distinguo, all’altezza della situazione. L’allestimento di Pier Luigi Pizzi era del Teatro Stabile di Como utilizzato nel circuito dei Teatri Lombardi e dall’Aslico:semplice ed essenziale non disturbava l’occhio se non fosse stato per quella grande moschea sullo sfondo che più che ad Algeri faceva pensare ad Istanbul con i suoi celeberrimi quattro minareti. Soprattutto però vi era la mano di Paolo Panizza che sapeva dare ai protagonisti quei necessari suggerimenti per una comicità mai volgare ma neppure assente come troppo spesso invece capita nelle regie di Pizzi. Forse qualche gioco, qualche lazzo in più ci sarebbe stato pur bene, ma la linea registica di grande sobrietà evidenziava il belcanto nella sua essenza . La direzione di Dan Ettinger un nome di rilievo internazionale, si distingueva fin dall’ouverture dove venivano scombinati i piani sonori tradizionali, evidenziando i parallelismi mozartiani, pensiamo in particolare al Ratto dal Serraglio. Più tardi si evidenziava qualche mancanza di controllo negli insiemi e nelle quadrature, ma l’impronta artistica del direttore israeliano risultava tutt’altro che banale e scontata come spesso rileviamo in quest’opera. Appariva infatti evidente il senso del comico nel tragico e il tragico nel comico, aspetto fondamentale della tematica rossiniana.

Daniela Barcellona è apparsa assai più in forma di quanto ci si potesse immaginare risolvendo problemi di disuguaglianze di registro rilevati in  passato presentandoci una Isabella di tutto rispetto dalla vocalità estesa , pastosa e stilisticamente appropriata.,dai toni scuri e fascinosi. Lawrence Brownlee  era perfettamente a suo agio nella perigliosa tessitura di Lindoro che ha eseguito sempre con disinvoltura, morbidezza di emissione ed eleganza. Meno convincente è stato Paolo Pecchioli come Mustafà mentre la vocalità piena e rotonda di Paolo Bordogna ha invece dato i suoi frutti. Pieno successo e diverse chiamate al proscenio.