Archivio di maggio 2009

Frizzante Fille a Trieste

venerdì 29 maggio 2009

 Vi era un tempo in cui La fille du regiment di Gaetano Donizetti era un titolo dimenticato. Poi negli anni Settanta Joan Sutherland e Luciano Pavarotti con la direzione di Richard Bonynge decisero di farne un’incisione che ancora oggi è un punto di riferimento. Ma fu Alfredo Kraus che, sempre con Joan Sutherland lasciò negli Stati uniti un’interpretazione indimenticabile, tale che un collega americano intitolò il suo pezzo:“Il figlio del reggimento”, per sottolineare la straordinaria centralità del tenore, che per linea di canto e classe nessuno potrà mai dimenticare. Da allora il ruolo di Tonio è diventato cavallo di battaglia di tutti i tenori lirico leggeri del mondo da Juan Diego Florez a Gregory Kunde a Rockwell Blake e pochi altri A  Trieste la Fille era stata rappresentata vent’anni fa ma nella versione italiana oggi decisamente desueta. Quella francese è invece adottata un po’dappertutto nel mondo. Non poche sono state negli ultimi anni le versioni registiche che ci hanno soddisfatto facendoci diventare così piuttosto esigenti come sempre accade quando si vede rappresentare spesso un titolo. Il teatro triestino ha affidato a Davide Livermore il compito di far vivere sulle scene la storia della vivandiera Marie e del suo amato Tonio che seguendo il tipico intreccio di un amore contrastato dalle convenienze sociali francesi della metà dell’Ottocento, riescono a  vedere coronato il loro sogno d’amore. Il capolavoro donizettiano nelle mani del regista Livermore ha brillato in tutta la sua essenza di vera opéra-comique francese, quella che diventerà poi vera e propria operetta, ma che operetta non è ancora, poiché conta alcune fra le più difficili arie mai composte dal cigno bergamasco. Livermore inserisce gags a tutto spiano e riesce perfettamente a far divertire il pubblico dall’inizio alla fine facendo recitare splendidamente protagonisti e coro, inventandosi un’ambientazione quasi fiabesca ricca di colori e tutta giocata su una comicità a volte esasperata ma assai ricca di energia, gioia,musicalità e spontaneità .Qualche taglio in particolare nella parte finale ha fatto pensare alla stessa opportunità nella prima parte dello spettacolo un po’ noiosetta , ma si sa oggi le ragioni filologiche prevalgono. La direzione di Gerard Korsten, a quanto pare non graditissima dall’orchestra, è stata invece più che discreta sia nell’accompagnamento del palcoscenico come pure nella tenuta degli insiemi. Forse un po’d’abbandono e qualche rubato in più avrebbero comunque giovato. Eva Mei ha trovato in Marie una fra le sue migliori interpretazioni degli ultimi anni: spavalda nella coloratura e nella recitazione senza mai insicurezze, sia nel lato comico come in quello larmoyant: si può nettamente far rispettare al fianco delle grandi colleghe del passato. Antonino Siragusa, fra i migliori tenori di grazia oggi in circolazione, non solo ha bissato Pour mon ame senza il benchè minimo sforzo, ma ha delineato con eleganza anche “Pour me rapprocher de Marie”..la grande aria finale. Buono il Sulpice di Paolo Rumetz come pure da ricordare la breve apparizione di Ariella Reggio la Duchesse. De Crackentorp. Il coro del Verdi si è distinto discretamente.

Stuarda alla Fenice

giovedì 7 maggio 2009

Stagione felice quella della veneziana Fenice, che dopo aver aperto con La città morta di Korngold in una rara e intensa mise en scène firmata da Pier Luigi Pizzi si è avvicinata all’ormai insolito Roméo et Juliette di Gounod con la stuzzicante regia di Damiano Michieletto. E’stata poi la volta di Maria Stuarda di Donizetti affidata alle cure di Denis Krief già noto al pubblico veneziano con Parsifal e Turandot e con il debutto nel ruolo di Fiorenza Cedolins.

Se Maria Stuarda appartiene oggi al repertorio lo dobbiamo alla Donizetti renaissance avviata da Maria Callas negli anni Cinquanta e sviscerata poi da belcantiste come Leyla Gencer e Joan Sutherland. Il ruolo fu più tardi affrontato da primedonne come Maria Chiara o la troppo dimenticata Lella Cuberli. Oggi è appannaggio di dive come Edita Gruberova e Mariella Devia per le quali è divenuto un vero e proprio cavallo di battaglia. Ma si sa le primedonne sono passate di moda e il clou nell’opera lirica è ovunque la regia.

Quando i registi sono della levatura di Denis Krief, non si può che essere d’accordo anche se non sempre e non tutti gli appassionati sono desiderosi di entrare nel complesso mondo del regista franco tedesco ormai naturalizzato in Italia da diversi anni. Non più perle, corone, troni, colli elisabettiani, ma un unico labirinto in legno animato da pochissimi movimenti scenici e caratterizzato dalla forza della luce ora bianca, ora gialla, ora blu, a seconda degli stati d’animo. Unico grande coup de Thèatre avviene quando la condanna a morte di Maria Stuarda da parte di Elisabetta non può più essere ritirata e il grande labirinto si apre drammaticamente in due parti nette, a testimoniare che il destino infausto della regina scozzese con chiara fede cattolica sarà ormai inesorabile. Costumi moderni a testimoniare l’attualità di un intrigo, quello animato dalla gelosia anche a livelli regali, sempre attualissimo. Ci ha profondamente convinti anche la recitazione dei cantanti completamente scevra dagli antichi luoghi comuni del teatro d’opera e perfettamente calata nell’introspezione psicologica. Soprattutto ci ha affascinato l’immedesimazione  dei cantanti che a volte era un po’ sopra le righe. Una gestualità fin troppo moderna tale da poter essere definita cinematografica. La direzione di Fabrizio Maria Carminati era spesso suggestiva, quasi sempre teatrale e,cosa rara, sempre rispettosa dei cantanti. Il coro veneziano si manteneva su un discreto livello. Sonia Ganassi, Elisabetta regina, non ha praticamente oggi rivali in questo ruolo e pur avendo oggi diversi anni di carriera alle spalle mantiene un accuratezza di emissione e una specificità belcantistica tale da far pensare non solo a una vera e propria lezione di canto ma a un’Elisabetta da antologia. Fiorenza Cedolins al debutto nel ruolo ha dalla sua una voce splendida, presenza statuaria, arte drammatica e chiarezza di dizione. Altra cosa è però il belcanto con tutta quella gamma di agilità di coloriture di emissioni flautate di smorzature ma soprattutto con quella morbidezza di emissione che una voce possente da lirico-spinto, quale quella del grande soprano, non può attualmente confermare. Si obietterà che la tessitura centrale della parte, concepita per Maria Malibran, è più adatta a lei che ai soprani lirico leggeri cui siamo stati abituati, ma la struttura tripartita del finale fa pensare a Rossini piuttosto che a Verdi. Al di là di ciò la vera natura e la vocalità della Cedolins, rimangono molto più adatte al repertorio della seconda parte dell’Ottocento e verista, in cui ella ha oggi ben poche rivali in campo internazionale. Josè Bros da parte sua vero tenore lirico leggero o di grazia che dir si voglia, ha affrontato l’ingrata parte di Leicester con rara perizia e pertinenza stilistica, distinguendosi dall’inizio alla fine dei suoi interventi. Buona anche la prova dei due bassi Mirco Palazzi come Giorgio e Marco Caria come Cecil. Fortunatamente questa preziosa edizione veneziana verrà riprodotta e diffusa in commercio in DVD per la gioia di tutti.