Archivio di marzo 2009

Puritani ossia il trionfo del tenore

venerdì 20 marzo 2009

I Puritani di Vincenzo Bellini non sono solo il capolavoro del “cigno” catanese per eccellenza, ma anche una fra le opere più enigmatiche e difficili da realizzare in assoluto. Da un lato ultimo esempio di una classicità, quella rossiniana, ormai estinta, ma che trova motivo d’essere nell’aristocratica impostazione di tutti i personaggi. Questi diventano quasi ieratici assai lontani da quelli che saranno prima donizettiani e poi verdiani. Dall’altro lato affiora un nuovo modo di sentire, quello dell’eroe italicamente romantico,fiero, altero libero da ogni costrizione, ma lontano anni luce da personaggi come ad esempio Werther. Puritani sono una vera e propria icona perfetta e fragile allo stesso tempo, per cui difficilmente possiamo vedere in essi una valida realizzazione

teatrale. L’allestimento di Pier ‘Alli non era certo fra i suoi migliori, caratterizzato da una pesante staticità sia nell’impianto scenico come pure nei movimenti dei singoli lasciati sembra, all’iniziativa personale e quindi liberi di cadere in una gestualità d’antan. Nient’altro che grossi spadoni sospesi in aria…Peccato un ‘occasione perduta di presentare qualche nuovo nome registico al posto del già visto. In realtà si puntava tutto sul protagonista Juan Diego Florez al suo debutto italiano nell’impervio ruolo di Arturo. Si dà il caso che nella precedente edizione bolognese ,Arturo fosse il grande tenore americano Gregory Kunde che al di là di un peso vocale non certo ragguardevole, possedeva non solo l’aristocratica fierezza del protagonista ma anche quell’estatico abbandono che manca al celebre tenore peruviano. Detto ciò Florez ha dimostrato comunque sicurezza e morbidezza in un canto disinvolto e sempre preciso. Vera rivelazione è stato piuttosto nel cosiddetto secondo cast, il tenore Celso Albelo che in possesso di mezzi vocali ammirevoli e rari si distingueva per generosità e afflato profondo, tanto da farci desiderare di ascoltare ancora questo artista che sembra essere molto più di una promessa. Non lo stesso possiamo dire del soprano georgiano Nino Machaidze che ben lontana da poter essere paragonata a Edita Gruberova, la protagonista della precedente edizione bolognese, non solo non si è distinta in una vocalità sufficiente per il ruolo di Elvira ma anche a volte in difficoltà nell’intonazione. Decisamente migliore la Elvira di Yolanda Auyanet più variegata nel fraseggio anche perché più a suo agio nella tessitura. Gabriele Viviani è stato poi un valido Riccardo come pure incisivo il Giorgio di Ildebrando d’Arcangelo.

Michele Mariotti, ha offerto una prova ammirabile in primis per la scelta della riapertura di alcuni tagli quali il meraviglioso “Se il destino a me t’invola” dove Arturo ha modo di dispiegare una fra le più belle melodie belliniane. Anche il finale “Ah sento o mio bell’angelo” in cui il canto di gioia di Elvira si lega a quello di Arturo. Peccato per qualche altro taglio ma talvolta le esigenze dei cantanti vanno rispettate. Mariotti in questo si è dimostrato decisamente all’altezza, senza però esagerare nelle libertà ritmiche talora così fastidiose. Ottima la prova sia del coro come pure dell’Orchestra del Comunale.

Faramondo di Handel a Losanna

venerdì 20 marzo 2009

Indubbiamente Handel non fu solo il più grande compositore attivo in Inghilterra nel Settecento e forse in tutti i tempi, ma fu anche un sommo uomo di teatro. Vogliamo dire che forse non sarebbe stato troppo contento nel vedere il suo Faramondo non rappresentato ma eseguito in forma di concerto. Vista la qualità dell’esecuzione cui abbiamo assistito lo scorso 8 marzo alla Salle Metropole di Losanna osiamo scommettere al contrario che il massimo genio sassone sarebbe stato ben contento nel gustare una fra le più notevoli esecuzioni handeliane ascoltate negli ultimi anni.

Le cure di Diego Fasolis e dei suoi Barocchisti non lasciavano spazio a dubbi sulla validità della prassi interpretativa considerato anche il prestigioso cast che allineava alcune fra le maggiori star del mondo barocco. Fra queste era impossibile non notare nomi come Max Emanuel Cencic e Philippe Jaroussky oltre che l’ottimo Xavier Sabata Corominas. Tali controtenori sono tenuti lontani dall’Italia a causa di un‘inspiegabile avversione da parte di numerosi direttori d’orchestra, anche se specializzati nel repertorio barocco. L’errore è più che evidente visto che al tempo di Handel i castrati spadroneggiavano e nella fattispecie il grande Caffarelli avrebbe significato il successo dell’opera a Londra, visto che già nel 1737 era comparsa un’opera satirica The Dragon of Wrantley  Di cui l’autore era John Frederick Lampe. Handel non poteva dunque sbagliare e non sbagliò affatto.

In Faramondo la varietà e la ricchezza d’ispirazione sono intrinsecamente legate a quel gusto per il contrappunto e per l’ornamentazione che costituiscono una fra le caratteristiche più significative del massimo compositore. Manca forse una grande aria come “Lascia ch’io pianga” o “Ombra mai fu” , ma in compenso vi sono diverse arie “di furore” straodinariamente incisive e perfettamente studiate per le tre diverse vocalità di quelli che sono oggi i tre controtenori .Quella di Jaroussky indubbiamente la più leggera ma limpidissima e perfetta, quella di Cencic agilissima ma anche ricca di chiaroscuri, di nuances ambrate e a volte anche drammatiche, mentre quella di Corominas  scura e portata verso una tessitura decisamente più contraltile. Sul versante femminile le presenze rimarchevoli erano due: in testa l’incisiva Rosimonda di Marina de Liso, mezzosoprano dai centri bruniti e dal fraseggio intimamente sentito, mentre alla Clotilda di Sophie Karthauser mancava un certo spessore vocale e luminosità nel settore acuto. Anche il basso Insung Sim svolgeva adeguatamente il suo ruolo non protagonistico. Ottima prova sia dei Barocchisti come pure del Coro della Radio Svizzera di Lugano cui spettavano belle e impegnative pagine Fortunatamente  è disponibile un’incisione in vendita sotto etichetta Virgin che può essere confrontata con quella già apparsa una decina di anni fa per la Vox Classics diretta da Rudolph Palmer .

Alcina incanta la Scala

lunedì 16 marzo 2009

In occasione delle celebrazioni per i  250 anni dalla morte di Handel, uno fra i più grandi geni della storia della musica e non solo, il Teatro alla Scala ha avuto l’occasione di dare una svolta storica al proprio corso, affidando alle mani di Robert Carsen lo splendido allestimento pensato per l’Opèra di Parigi circa dieci anni or sono. Alcina del 1735 è uno fra i non pochi capolavori di Handel passati nel dimenticatoio non solo in Italia ma anche all’estero a causa come si sa non solo del gusto mutato degli ascoltatori ottocenteschi ma anche degli improbi sforzi cui sottopone i cantanti.

In pratica la scrittura vocale handeliana è tale che difficilmente è possibile cantarla senza essere fini vocalisti o addirittura musicisti. L’intricata vicenda che ruota attorno alla maga Alcina gran seduttrice, capace di trasformare uomini in animali è stata completamente riplasmata dal regista americano. Egli ha apparentemente semplificato il tutto in un grande spazio bianco, l’interno di un palazzo in stile neoclassico all’esterno del quale si intravede il fatato giardino di Alcina. Costumi moderni di Tobias Hoheisel ma anche alcuni nudi per significare la completa sudditanza degli amanti stregati dalla protagonista. Alcina vinta e suicida nel finale permetterà  alle sue vittime di rivestirsi tutti di nero come lei stessa, sola sul suo letto di morte. Detta così semplificata all’estremo può sembrare poca cosa ma, dato per scontato che è questa una produzione non per tutti, siano essi critici togati e paludati o spettatori alle prime esperienze, lo spettacolo di Carsen rimane un unicum che difficilmente si potrà scordare dagli occhi di chi l’ha visto. Recitazione accuratissima degli innumerevoli mimi, ma anche dei protagonisti, fra cui ricordiamo Ruggiero immobile rivolto con la schiena al pubblico , per non parlare poi della frizzante danza di Morgana “Tornami a vagheggiar”. Su tutto incide la massima  sensualità della recitazione che solo raramente ma intensamente lascia spazio a spunti comici riuscitissimi. Luci accurate e spazi che si lasciano intravedere interminabili evidenziano costumi apparentemente scontati e banali. Su di essi trionfa il personaggio di Alcina, splendida, slanciata e irraggiungibile. Giovanni Antonini aduso agli strumenti antichi del celebre Giardino Armonico ha saputo mediare le esigenze acustiche della sala del Piermarini non tipicamente handeliana , anzi, con il più accurato profondo e definito animo handeliano, non cedendo mai alla monotonia ma tendendo sempre le più intrinseche e profonde idee musicali. Peccato solo per le danze tagliate….che al di là della durata restituivano autenticità alla rappresentazione. Anja Harteros è un Alcina indimenticabile scenicamente e vocalmente , scolpisce altera la maga che non perdona. Monica Bacelli pur con mezzi limitati, definisce un Ruggiero sentito e personale. Morgana è Patricia Petibon spiritosa e voluttuosa, mentre la sicura vocalità di Kristina Hammarstrom dà di Bradamante un ritratto deciso. Oronte era un sensibile Jeremy Ovenden mentre l’anziano Alastair Miles si disimpegnava discretamente come Melisso. Produzione da vedere e rivedere.Unico cast come sempre si dovrebbe fare. E’così che la Scala è sempre La Scala.

La regina del belcanto

lunedì 16 marzo 2009

Se oggi volessimo spiegare a qualcuno che cosa è effettivamente il belcanto, basterebbe accompagnarlo a un concerto di Mariella Devia. Sembrerebbe brutto a dirsi ma Mariella Devia è oggi un “fenomeno vocale “senza pari. La cantante ligure infatti a sessantun’anni compiuti dal suo debutto nel 1973 vincendo il concorso Toti dal Monte a Treviso, non ha rivali. Innanzi tutto se consideriamo le sue condizioni vocali assolutamente intatte: la freschezza e la genuinità di un emissione impareggiabile, la perfezione assoluta in ogni nota dei suoi registri, che eccellono non  più solo nelle zone più acute del pentagramma ma oggi anche in quelle centrali. E’ stato così che il 6 marzo scorso, il Teatro Verdi di Gorizia ha potuto a ragione intitolare il concerto “La regina del belcanto”. E stata discretamente accompagnata dall’Orchestra Sinfonica e dal Coro del Friuli Venezia Giulia diretti da Fabrizio Ventura. Il programma era di quelli da fra tremare le vene a quasi tutti i soprani. D’impostazione callasiana ! Peccato che con le tante finte Callas che abbiamo visto passare come comete in tanti anni di frequentazione teatrale e di ascolti, la signora Devia non abbia praticamente nulla a che fare, essendo il suo gusto, il suo stile, il suo carattere, la sua voce la sua sensibilità assolutamente diverse da quelle della celebre divina Maria . Non volendoci inoltrare in polemiche che ci porterebbero su sentieri intricatissimi, diremo con quale soavità e adesione romantica sono state intonate prima la grande aria finale da Anna Bolena “Al dolce guidami castel natio” e poi “ Deh, tu di un’umile”dalla grande scena  finale tripartita della Maria Stuarda di Donizetti . La parte centrale del concerto è stata poi dedicata a Norma con una magistrale “Casta diva”dai chiaroscuri e dalle tinte variegatissime che non lasciavano mai spazio a portamenti o “miagolii” cui troppo spesso siamo stati abituati da cantanti modeste. Vero e proprio cavallo di battaglia è stata poi la cavatina di Giulietta dai Capuleti e Montecchi di Bellini che frequentemente ascoltata un po’dovunque, diventa facilmente una nenia interminabile. Colori, fraseggio e accenti nel canto della Devia ne hanno fatto un ‘interpretazione a dir poco da antologia. Il Pirata con la sua scena finale tripartita intervallata dal coro, ha mirabilmente concluso il concerto. Acclamatissima dal pubblico ha concesso un unico ma significativo bis:”Addio del passato “ da Traviata.

                                                               Umberto Fornasier