Archivio di dicembre 2007

Raina

martedì 18 dicembre 2007

raina-kabaivanska.jpgE’ stato proprio un concerto straordinario di nome e di fatto quello tenuto al teatro Verdi di Trieste il 29 aprile scorso per il centosettantacinquesimo anniversario della fondazione delle Assicurazioni Generali. È infatti ben difficile riuscire ad accostare due star del calibro di Ivo Pogorelic e di Raina Kabaivanska, che pur appartenendo a generazioni diverse hanno in comune un’unica matrice : quella di essere due divi come oggi non ce ne sono quasi più. Entrambi di origine slava, la Kabaivanska bulgara mentre Pogorelic dalmata, pur avendo una carriera internazionale hanno eletto l’Italia come propria vera patria adottiva hanno eccelso l’una nell’arte del canto l’altro in quella pianistica. Raina Kabaivanska che sta per festeggiare i cinquant’anni dal debutto, ha ritrovato nel teatro che l’ha vista trionfare in tanti dei suoi cavalli di battaglia, una calda accoglienza.Indossava un gransera bianco di Roberto Capucci come solo lei sa fare: un corpetto di lamè argentato lasciava il posto a una gonna ricchissima di ruches che si allungavano in un elegante strascico. L’abito ma soprattutto la classe eccelsa le permetteva di volta in volta di mutare atmosfera in ognuna delle magiche arie che sfoggiava come perle della sua arte sopraffina.Chi può a settantatré anni iniziando dal celeberrimo” Adieu notre petite table “ esibito con la sicurezza e lo charme di una giovane e provocante amante parigina passare alla drammaticità di “Che tua madre..”dalla Butterfly di Puccini?E come non si può rimanere estasiati davanti a “Sola, perduta , abbandonata” dalla Manon sempre di Puccini?Ma ciò in cui la Kabaivanska è rimasta irraggiungibile è la grande aria “Io son l’umile ancella” dalla Adriana Lecouvreur di Cilea dove l’arte scenica dell’attrice senza rivali si sposa ai lunghissimi fiati, agli smorzati della cantante spavalda e della vocalista eccelsa.La celebre Vilja dalla Vedova Allegra di Léhar ha chiuso la prima parte del concerto nonostante le numerose richieste di bis.
Sergei Rachamaninov è stato il protagonista della seconda parte con il secondo concerto in do minore opera 18. Ivo Pogorelic ha affrontato l’impegnativa prova distaccandosi completamente dalla tradizione per distinguersi in una personale lettura fatta di tempi assai dilatati e rarefatti. Pause interminabili contrastavano nettamente con i legati orchestrali fino a rendere il dialogo con l’orchestra estenuante.Thomas Sanderling che sostituiva il previsto Lu Jia dava invece all’orchestra un‘impronta più tradizionalmente tardoromantica senza convincere completamente, forse per una certa mancanza di abbandono.Trionfo per tutti ma niente bis. Peccato…

Handel

martedì 18 dicembre 2007

Handel è fra i compositore operistici più prolifici avendo composto 42 opere senza contare tutti gli adattamenti di opere di altri compositori. Téseo non è certo fra le più note ma è un capolavoro in cinque atti del 1713 nel quale la freschezza e la varietà dell’ispirazione ci riconducono ai maggiori capolavori quali Orlando, Alcina o a tratti Giulio Cesare. L’unica aria conosciuta è “Sibilando, ululando…” cantata da Medea l’infelice e terribile protagonista femminile che dà l’impronta a quest’opera avvicinabile ad altre tre di argomento magico Orlando, Alcina, Amadigi, tutte con le loro scene di magia e stregoneria. Nell’allestimento del Festival Handel di Halle, risultato di una composita collaborazione di istituzioni musicali tedesche, si è pensato piuttosto a restituire una fedele dimensione musicale a questa partitura così trascurata ma piena di fascino sia nelle numerose scene tragiche come pure in quelle liriche o con sfumature comiche come era nello spirito del tempo. La scena è quella ridotta del teatro del Castello di Potsdam dove nel luglio 2004 la Lautten Compagney Berlin diretta da Wolgang Katschner con la regia dell’ex controtenore Axel Kohler si è generosamente impegnata. I re rivali Teseo ed Egeo erano i due validissimi controtenori, rispettivamente Jacek Laszczkowski e Martin Wolfel, mentre Medea era una imperiosa e toccante Maria Riccarda Wesseling e Sharon Rostorf-Zamir un‘ottima Agilea.Un cast omogeneo nel rendere musicalmente affascinante l’antico dramma euripideo musicato da Handel con tutti i crismi dell’opera barocca. Certo non dobbiamo cercare in quest’allestimento il tocco e il gusto contemporaneo o la zampata di certi registi internazionali. La dizione italiana è quasi sempre accurata anche se non troppo incisiva. Questo allestimento ha il sapore di un bell’artigianato fatto in casa senza quegli artifici scenici che siamo abituati a vedere un po’ dovunque.
L’accuratezza della preparazione musicale dei cantanti, dell’orchestra (rigorosamente con strumenti antichi) e del coro fanno sì che non solo i melomani ma anche gli estimatori della musica antica possano godere di questa musica a lungo dimenticata ma degna di essere conosciuta. A tale proposito questo DVD consente di sovrapporre la lettura della partitura a quella delle riprese sceniche. Meraviglie della moderna tecnologia elettronica. Un regalo per tutti i musicisti ma anche per chi non conosce la musica e può seguire con cura i testi delle arie.

Traviata

martedì 18 dicembre 2007

Fino a pochi anni fa Traviata era lo scoglio più temuto dai soprani e solo pochissime primedonne si sentivano in grado di affrontare il pubblico,mentre la maggior parte dei registi la ritenevano uno di quei titoli impossibili da toccare e da trasporre in altre ambientazioni. Poi registi come Vick a Verona e come Carsen a Venezia e infine come Decker a Salisburgo si sono arrischiati ottenendo risultati più o meno geniali. Diventa oggi per qualsivoglia regista assai difficile riuscire a dire qualcosa di effettivamente nuovo su un dramma così conosciuto ma anche così ben rivisitato. Massimo Ranieri che pure è uomo di teatro, trovandosi alla sua quarta regia d’opera ha ritenuto di potersi cimentare nel difficile compito, apparso solo in parte raggiunto nei suoi obiettivi.Un’ambientazione moderna, più precisamente anni Cinquanta (anche se l’accenno del twist faceva pensare a quelli Sessanta), lontanamente paragonabile alla morale borghese di metà ottocento. Violetta sembra inizialmente rifarsi all’ideale romantico di una bambina che dopo i suoi primi studi di danza alla sbarra viene sbalzata improvvisamente in un mondo non suo fatto solo di esteriorità che non le appartengono e che è costretta a subire ma alle quali preferirebbe in realtà un mondo più intimo e sincero. Ciò che non era consono allo stile e al mondo verdiano era anche una gestualità spesso volgare esasperata che non esiteremmo a definire verista da parte degli interpreti e la difficoltà registica di far muovere anche il coro in modo adatto. Lanci di bicchieri, strattonamenti, schiaffi da stordimento o meglio da pronto soccorso fanno infatti parte piuttosto di un mondo molto lontano dal milieu di una Parigi anni Cinquanta e vicino a quello di una Roma felliniana da neorealismo ma anche di quello un po’ hollywoodiano cui il regista ammicca in particolare nel primo atto. Peccato che non solo la tradizione ma anche la partitura richiamino spesso al belcanto di donizettiana e belliniana memoria piuttosto che alle concitazioni mascagnane…
Le scene e i costumi semplici ed essenziali di Nanà Cecchi non bastavano poi a stemperare certi eccessi registici. La parte musicale al di là di un fastidiosissimo sibilo proveniente dal palcoscenico durante tutto il primo e parte del secondo atto vedeva in Daniel Oren un istrionico protagonista che accentuava non solo sonorità ma anche tempi serrati e al contrario rallentati creando talvolta effetti vistosi talvolta momenti toccanti. Una lettura a tratti discutibile ma mai noiosa e piatta. Peccato piuttosto per certi tagli oggi improponibili.
Al Verdi si sa sono passati un po’ tutti i grandi cantanti del passato e nonostante i dolorosi tagli economici che speriamo possano essere cancellati dal nuovo governo il cast è di notevole livello.
Inva Mula non ha una voce bellissima e la sua interpretazione risulta un pò datata e non intimamente sentita, ma la sua tecnica è ineccepibile e le permette di fare perigliose messe di voce senza alcun problema. Massimo Giordano è invece un Alfredo irruente e caldo ma la sua tecnica non è sempre a fuoco; quando canta piano come nel terzo atto è una delizia. Franco Vassallo, Germont ha invece una voce un colore e una morbidezza di emissione invidiabile, peccato che la linea del canto risenta di carenze di intonazione. Poco interessanti in genere i comprimari.
Qualche fischio all’indirizzo del regista in mezzo a molti applausi non ha turbato la prima, una serata di gala piena di attese corrisposte e di preziose toilettes…

Cenerentola

martedì 18 dicembre 2007

Vi sono interpretazioni che rimangono nella storia e che non si vorrebbero mai dimenticare. Fra queste la Cenerentola rossiniana nella messa in scena di Ponnelle diretta da Claudio Abbado rimane un caposaldo delle riletture in edizione critica. La presente edizione che non può certo essere paragonata per perfezione e accuratezza a quella realizzata molti anni fa dalla Deutsche Grammophone, è ricca di fascino e di spunti nuovi. Paul Curran regista fantasmagorico nel Trovatore di Bregenz si dimostra qui al Carlo Felice di Genova tradizionale metteur en scène, in grado di rispettare un’ambientazione tutto sommato quasi tradizionale. Certo l’azione viene spostata dal Settecento al 1912, alle soglie della prima guerra mondiale, con tutti i suoi problemi e i suoi conflitti sociali ma l’allestimento in piena art nouveau ha uno charme tipicamente francese curato in ogni particolare.
La direzione dell’affermato Renato Palumbo, si dimostra sempre brillante, accurata, scattante ma attenta alle esigenze dei cantanti. Sonia Ganassi è fra le più grandi cantanti dei nostri giorni e la sua interpretazione di Angelina non teme oggi confronti. Charmante, strepitosa nella vocalità precisissima nell’emissione mai sforzata, ha al suo fianco Antonino Siragusa specialista rossiniano dalla dizione e dal fraseggio autenticamente belcantisti. Che dire poi dell’irrefrenabile vena comica di Alfonso Antoniozzi e del fascino giovanile di Marco Vinco. Questi se deve ancora perfezionare alcuni aspetti vocali ben si discosta dai vetusti Dandini che siamo stati abituati a vedere. Scene di Pasquale Grossi e costumi di Zaira De Vincentiis, efficaci e eleganti. Come divertirsi con l’arte ai massimi livelli.

Boulevard Solitude

martedì 18 dicembre 2007

Boulevard Solitude di Hans Werner Henze è un valido esempio di teatro musicale contemporaneo. Opera in sette scene del 1952 su libretto di Grete Weil dalla celeberrima storia del Cavaliere des Grieux e di Manon Lescaut dell’abate Prévost, risente anche dell’influenza del grande film Sunset Boulevard di Billy Wilder. Non passa inosservato il fatto che Henze sia attratto dal movimento dei corpi al punto di sfruttarli quasi al punto di creare un vero e proprio balletto. La danza contemporanea che Henze vide già nel 1948 ad Amburgo lo colpì profondamente. Anche la dodecafonia pur essendo largamente presente in quest’opera viene perfettamente armonizzata con la tonalità in un equilibrio non facile a riscontrarsi in altre partiture dell’epoca. La tonalità rappresenta il vecchio mondo decadente mentre la dodecafonia sembra voler suggerire il “moderno” come sfuggente proposizione di nuova vita e civiltà. Henze trova così un modo personale di proporre il moderno e l’antico, come pure di farci percepire un po’ la danza come canto e il canto come danza.
Personaggio centrale è Armando, personaggio tormentato e introspettivo, al posto di Manon invece scatenata e priva di cervello. Sotto questo aspetto sono innegabili gli influssi dell’esistenzialismo di Sartre e di Genet come pure di Juliette Gréco, vera musa ispiratrice della grande solitudine.
La presente edizione firmata di Nikolaus Lehnhoff rappresentata al Liceu di Barcellona nel 2007, pur essendo stata creata già nel 2001 per il Covent Garden appare in questo video come nuova fiammante. La Grande hall di una stazione che fa da punto di congiunzione per le diverse scene dell’opera è quanto di più moderno ci sia per raccontare il dramma dell’incomunicabilità. Vi sono lievi differenze rispetto al canovaccio originale. Armando in seguito a una delle delusioni arrecate da Manon, cade nelle trappole della droga e nel finale Armando non vede morire Manon ma la vede portare in prigione. Questa produzione ha riscosso diversi apprezzamenti da parte della critica internazionale anche se il cast delle riprese di Barcellona è completamento diverso da quello originale, se non fosse per il tenore svedese Par Lindskog.
Trattasi comunque di cantanti specializzati nel repertorio contemporaneo a partire da Laura Aikin, spesso Lulu di Berg e di Tom Fox anch’egli interprete delle opere di Berg oltre che in possesso di un notevole phisique du role.
Zoltan Pesko è dal suo canto un direttore attento e sensibile alle esigenze di una partitura raffinata ed elegante. Un allestimento ideale per avvicinarsi all’opera contemporanea.

Bayadère

martedì 18 dicembre 2007

la-bayadere-r-bolle-ph-andrea-tamoni-teatro-alla-scala.jpgNella nostra ormai lunga “militanza” di osservatore scaligero e non solo durante gli applausi una sola volta ci è capitato di udire l’aggettivo “divina” indirizzato a un’artista.
Fu Sylvie Guillem che alla prima scaligera di Bayadère di qualche anno fa strappò l’agognato aggettivo a un loggionista coraggioso ma anche competente vista l’eccezionalità dell’interpretazione della stupenda interprete francese.
È così che la Scala dopo diversi anni ripresenta il capolavoro di Petipa troppo a lungo dimenticato e che solo negli ultimi decenni è stato presentato in occidente, visto che fino a pochi anni fa era monopolio russo.
Oggi la grande e forse unica rivale dell’étoile francese è Svetlana Zhakarova e la Scala la presenta nei prossimi giorni in un match che si preannuncia assai stimolante, dopo l’eccezionale prova del Lago dei cigni e una Giselle forse un po’ troppo aristocratica e algida ma di purezza impareggiabile nel secondo atto.
Al suo fianco e per la prima volta Roberto Bolle come Solor, un ruolo di grande prestanza e impegnativa permanenza in scena.
Molta attesa anche per il giovane Leonid Sarafanov e per Massimo Murru, mentre un gran “in bocca al lupo” per i solisti e primi i ballerini come Marta Romagna, Sabrina Brazzo, Isabelle Brusson, che si confronteranno nelle numerose recite in programma dal 13 al 26 maggio al teatro alla Scala.
Bayadère è infatti ritenuto non meno della Bella Addormentata e Lago dei Cigni l’ultimo grande classico dell’accademismo ottocentesco. La coreografia di Natalia Makarova, da Marius Petipa, nella ripresentazione del fastoso allestimento scaligero con la direzione orchestrale di David Coleman, le scene di Pierluigi Samaritani, accoglieranno neofiti e appassionati in uno dei più fiabeschi grandi balletti in cui ci auguriamo che il corpo di ballo scaligero abbia modo di brillare.
L’edizione integrale verrà ripresa e trasmessa da Raitre in data da destinarsi.la-bayadere-foto-a-tamoni-teatro-alla-scala.jpg

Don Pasquale

martedì 18 dicembre 2007

Trionfo del capolavoro donizettiano al Teatro Verdi di Trieste

Don PasqualeDon Pasquale, di Gaetano Donizetti,è una delle opere più piacevoli che il teatro lirico ottocentesco prodotto.Vista la semplicità dell’azione può sembrare anche uno titolo fra i più accessibili da realizzare considerando che oggi le voci belcantiste sono più abbondanti di quelle autenticamente verdiane o veriste. E’ in realtà uno scoglio sommerso che presenta spesso difficoltà inaspettate. L’allestimento del Teatro Verdi di Trieste a firma di Italo Nunziata ne ha evidenziate alcune sotto diverse angolature. In primis la direzione di Gerard Korsten che andava a sostituire Daniel Oren in seguito alle ben note polemiche. Il giovane maestro sudafricano appariva fin dall’ouverture estraneo alla freschezza e alla leggerezza donizettiana appesantendo la mano senza evidenziare la brillantezza della fantasia melodica e armonica della partitura. Talvolta si è fatto persino cogliere in ritardo rispetto ai tempi scelti dai cantanti per l’esecuzione delle arie. Speriamo di poterlo rivalutare in futuro. Italo Nunziata da parte sua impostava una vicenda nei novecenteschi anni 30 operando una trasposizione di quasi un secolo che se sulla carta poteva anche non disturbare accentuava qui invece l’aspetto farsesco del Don Pasquale che è apparso così ai neofiti una vera e propria operetta. Ciò anche a causa di una certa sottovalutazione dell’aspetto lirico patetico del canovaccio a discapito di quello più immediatamente comico. L’azione e il ritmo erano curati nei dettagli ma certa malinconia presente nei personaggi di Ernesto e Don Pasquale veniva così completamente sottaciuta. Giorgio Surjan pur in possesso di una salda tecnica non dava del protagonista quella convincente linea interpretativa che gli abbiamo riconosciuto molte volte in altri ruoli. Imbarazzante era da parte sua Alberto Rinaldi come Malatesta in una tessitura ben lontana dalle sue reali possibilità. Antonino Siragusa pur nella facilità di esecuzione di una tessitura a lui congeniale forzava talvolta gli estremi acuti e appariva piuttosto indifferente ai tormenti del giovane Ernesto.
Mariola Cantarero deludeva non solo nell’incertezza dell’emissione ma anche nel dubbio gusto bamboleggiante e artificiosamente inutile. Anche il coro triestino non offriva una delle sue migliori prove perché costretto a forzare i volumi. Qualche timido dissenso alla prima per uno spettacolo complessivamente gradito dal pubblico triestino.

Ballets Trockadero

martedì 18 dicembre 2007

Quasi sempre dietro la parodia vi è una punta di disprezzo o di scarsa considerazione. Non è certo il caso dei Ballets Trockadero, andati in scena al teatro degli Arcimboldi di Milano con grande successo negli ultimi tempi. Numerose sono da sempre le parodie della danza classica, un genere che può apparire oggi lontano dai gusti dei più a causa dell’esaltazione della bellezza, della grazia e della raffinatezza che essa contempla.I Ballets Trockadero, costituiti totalmente da uomini che danzano con apparente grande facilità sulle punte, applicano invece una sofisticata e rara evidenziazione di alcuni luoghi comuni della danza.
Ad esempio la voglia di primeggiare, il gusto esagerato per il virtuosismo, la mancanza di autocritica, oppure l’assenza totale di buon gusto. Ciò che prevale comunque è la totale adesione alla tradizione coreografica che viene rispettata nei minimi particolari. Si vuole dimostrare che il ruolo dominante della primadonna può essere perfettamente impersonato anche da un uomo. A conferma di ciò è stato infatti eseguito il celeberrimo assolo della” Morte del cigno” di Saint-Saens. Anche per merito della femminea figura del ballerino che la eseguiva non aveva nulla di comico, ma poteva essere paragonata a una delle più celebri interpretazioni autenticamente femminili.
Ma la satira del mondo del balletto classico iniziava fin dalla lettura di un breve comunicato. Il programma annunciato veniva praticamente stravolto con sostituzioni di pezzi e di danzatrici, cosa che gli appassionati di danza conoscono bene come inconveniente che troppo spesso capita da sempre un po’ dappertutto. Apriva la serata lo splendido secondo atto del lago dei cigni forse il più celebre dei pezzi eseguiti dai Trocks. Go for Barocco su musica di Bach metteva l’accento sulla lunare astrazione di certe coreografie Balanchiniane e neo balanchiniane così imperversanti, così amate ma spesso prive di quella comunicativa che una gran parte del pubblico gradisce.
Il grande passo a due finale del Don Chisciotte costituiva poi un eccellente anticipazione del divertissement Paquita.