Cecilia Bartoli, vera leonessa

Cecilia Bartoli alla Scala. Un’ occasione ghiotta di belcanto pensavano in molti. Per altri un ‘occasione per fare bagarre e sfogare le proprie frustrazioni represse nel tempio della lirica. Diventare protagonisti per pochi minuti, rovinando l’inaugurazione della Filarmonica della Scala. La Bartoli si dimostrava ancora una volta una vera signora, dichiarando a caldo al maestro Barenboim che si ripresenterà volentieri alla Scala. “Voce piccola , non si sente, non corre, non passa l’orchestra” dicono alcuni sedicenti competenti fuori e dentro dal loggione.  Anche alcuni critici togati non la amano affatto anzi, l ‘accusano ripetutamente di essere un buon prodotto discografico ma non una vera cantante lirica. Indubbiamente dietro tutto ciò vi è anche il fastidio provocato da un intenso battage pubblicitario di una cantante che della diva ha sì qualche aspetto, ma anche una semplicità e una immediata comunicatività. Affatto americana come si vorrebbe far credere, ma genuinamente italiana. Da parte nostra, se proprio volessimo farle un appunto, non è certo sul canto ma esclusivamente sullo stile dell’ abbigliamento: un fasciatissimo abito verde smeraldo, non è certo quanto di più adatto a chi possiede qualche chiletto in più. Tutto sommato poteva anche  essere simpatico. Il concerto si apriva co  una diligente esecuzione della Sinfonia in si bemolle maggiore K319 di Mozart. Una sinfonia per la verità piuttosto scolastica del grande genio salisburghese ma eseguita con grande disinvoltura da Barenboim e dalle compagini scaligere. Cecilia Bartoli ha potuto esprimere  con la maestria che le è propria ogni spericolata agilità della grande aria di Agilea dal Teseo di Handel. Passando poi a “Lascia la spina” dal Trionfo del Tempo e del Disinganno, il mezzosoprano ha potuto  dimostrare il suo afflato lirico nella grande aria che presagisce il più celebre “Lascia ch’io pianga.”Ma è stato poi nel terzo e ultimo brano della prima parte con Amadigi di Gaula, che la Bartoli ha potuto sfoderare tutta l’arte drammatica più genuinamente belcantistica, a chiusura della parte handeliana del concerto. Con il celebre mottetto Exultate , Jubilate  la Bartoli ha potuto dimostrare le giuste differenze con lo stile celebrativo mozartiano, indubbiamente più classicheggiante. La seconda parte del concerto, dedicata interamente a Rossini è stata aperta con la grande scena di Desdemona dall’Otello.  Giusto per smentire le accuse mosse che la vedrebbero impersonare sempre ruoli minori.  Il mezzosoprano ha sfoderato non solo stile appropriato ma anche immedesimazione emotiva, nel difficile ruolo della sofferente eroina. Gioia incontenibile e sfarzo belcantistico ripetutamente bissato per il grande finale di Angiolina sfoggiato con rutilanti agilità. Da vera leonessa nell’arena  la Bartoli a risposto ripetutamente rinforzando ad hoc la voce, dimostrando il vero sostegno del fiato e non una voce cosiddetta” spoggiata”. Il concerto è stato poi concluso da una lodevole esecuzione della celeberrima Sinfonia n. 40 in Sol minore K 550 dove il maestro Barenboim e le compagini scaligere hanno potuto  il più compiuto me non compiaciuto stile mozartiano fatto di eleganza mai manierata ma sempre contenuta . Trionfo finale per tutti.