Archivio della Categoria 'Opera'

Lucrezia Borgia al Verdi di Trieste

lunedì 10 febbraio 2020

Lucrezia Borgia è fra le più celebri riesumazioni della Donizetti renaissance e quest’anno indubbiamente il fiore all’occhiello della stagione triestina. L’allestimento firmato da Andrea Bernard  è frutto di un’ampia collaborazione fra diversi teatri lirici italiani, tra cui quelli di Bergamo , Reggio Emilia Piacenza e Ravenna.  E’ apparso non banale e scontato come accade talvolta. Parte del pubblico poco avvezzo ad allestimenti con un minimo di originalità, non si sforza di comprendere che il teatro non è solo fatto di scene dipinte e parrucche polverose ma deve essere sempre stuzzicante  e stimolante . Detto questo l’allestimento di Bernard brillava anche nella recitazione dei singoli e del coro. Indubbiamente vi erano eccessi registici del dramma a tinte fosche. La terribile Borgia sfiora l’incesto nell’amore per il figlio Gennaro ignaro delle proprie origini nobili. La regia ha poi cercato di evidenziare le caratteristiche liriche di una protagonista come Carmela Remigio ben lontana dalle qualità del soprano drammatico d’agilità, a cui di solito viene assegnata questa impegnativa parte. In particolare non possiamo non ricordare che la cabaletta finale “Era desso il figlio mio” è stata eseguita un’unica volta senza il “da capo”con variazioni, privando cosi’ il finale della irrinunciabile drammaticità. In tutti i casi l’aspetto più umano e intimistico del personaggio non è stato trascurato. La direzione orchestrale non proprio azzeccatissima, non riusciva da parte sua a svelare quegli accenti nascosti nella partitura del cigno bergamasco, che hanno fatto di quest’opera una chicca di assoluto rispetto sospesa fra il bel canto e il romanticismo italiano. Stefan Pop era un Gennaro di assoluto rispetto anche se sbilanciato sulla drammaticità piuttosto che sul sentire intimo ed elegiaco come la parte richiederebbe. Incisivo e sensuale il Maffio di Cecilia Molinari. L’Alfonso di Dongho Kim non lasciava spazio a incertezze. Ottimo anche il gruppo degli amici di Maffio e di Gennaro che ben si equilibravano fra di loro. Di un certo impatto anche le coreografie di Marta Negrini. Buona prestazione del coro mentre un pò meno del solito quella dell’orchestra del Verdi.

Don Carlo alla Fenice

venerdì 20 dicembre 2019

Don Carlo è la quarta opera che Verdi compose su un dramma di Schiller ma è forse la più profonda e la più interessante dal punto di vista drammaturgico. L’introspezione psicologica che Verdi opera sui sei personaggi rende quest’opera probabilmente non solo la più fosca e intensa fra tutte ma anche quella che permette ad ogni interprete sia sulla scena come nel golfo mistico di potersi esprimere al massimo. Nel caso dell’allestimento del grande,teatro veneziano risulta poi assai difficile attribuire la palma del migliore risultato. La regia di Robert Carsen era di quelle che non lasciano spazio a dubbi:la centralità assoluta di Rodrigo vero protagonista manipolatore degli altri personaggi. Verdi presenta infatti nella tessitura del baritono le pagine forse più belle dell’opera e Carsen accentua questo. In più la sontuosa vocalità di Julian Kim sembra studiata apposta per questo ruolo tale da poter paragonare questo baritono ad alcuni grandi del passato . Carsen appresta un Don Carlo minimalista nella sua monocromia,dove solo un velo bianco sul capo di Elisabetta rompe un sostanziale grigio nero imperante.Il marchese di Posa infatti non muore ma si rialza e va a stringere la mano al grande Inquisitore.  A parte questa trovata piuttosto personale e forse criticabile ciè che convince pienamente è la resa gestuale non solo dei protagonisti vocali ma anche delle masse coreutiche che si disimpegnano quasi fossero dei veri primi attori. Myung Whun Chung ha confermato le aspettative di grande direttore verdiano profondendo spessore drammatico e matura densità alla partitura. Unica pecca di una direzione assai brillante e sempre emozionante un volume sonoro spesso sovrastante le voci. Un’interpretazione comunque antologica anche nella resa degli insiemi coro e orchestra. Il cast era decisamente all’altezza della situazione. Piero Pretti è stato un valido protagonista ben sicuro nel settore acuto. Filippo II era Alex Esposito intenso e autorevole. Autorevole e insinuante il grande inquisitore di Marco Spotti. Elisabetta di Maria Agresta sempre convincente in tutti i registri . Veronica Simeoni era sensuale e disperata comme il faut. Buono anche il livello dei comprimari. Trionfo alla recita del 7 dicembre per tutto il cast.

Aida inaugura il Verdi di Trieste

mercoledì 4 dicembre 2019

Il Verdi di Trieste in collaborazione con il teatro accademico nazionale di Odessa ha aperto la stagione 2020 con due capolavori del teatro operistico, . Se per ragioni di salute non abbiamo potuto assistere alla prima rapprresentazione di Turandot non ci siamo lasciati sfuggire quella di Aida. Sfogliando il programma di sala non possiamo non notare quali siano stati in passato i protagonisti di questo titolo sia sul podio che sulla scena : Antonino Votto, Arturo Basile, Francesco Molinari Pradelli e infine Nello Santi che offrì un’interpretazione memorabile del capolavoro verdiano. Franco Corelli e Giangiacomo Guelfi sono nomi che si presentano da soli. Per quanto riguarda i registi citiamo Hugo De Ana Giancarlo Menotti e  Virginio Puecher. Aida forse la più popolare delle opere di Verdi fu ad esempio assente per molti anni dal Metropolitan di New York quando la grande Leontyne Price lasciò le scene. L’allestimento firmato da Katia Ricciarelli e Davide Garattini è di quelli che si dovrebbero definire” semplice semplice” per andare incontro alle aspettative del grande pubblico. Costumi sgargianti che sembrano tratti dalle vecchie figurine Liebig evidenziati da luci spiazzanti alla Star Trek. Inutile cercare certe atmosfere sfumate o chiaroscurali insite nella partitura, in quanto la regia sembra prediligere l’aspetto più esuberante e effettistico dell’opera. Forse va bene così : il successo non è mancato, il pubblico triestino cerca conferme più che emozioni teatrali. Visioni personali e moderne dell’opera come si fa ormai un pò dappertutto qui sono assai lontane. Peccato che anche la gestualità dei protagonisti era basata sui vecchi stilemi della commedia dell’arte anni 50. Un pò come se s registi come Strehler non fossero mai esistiti…Diverso il discorso sul lato musicale che vedeva nella direzione di Fabrizio Maria Carminati se non un esempio di raffinatezze e di tavolozze coloristiche, un certo senso teatrale anche se non sempre riusciva a districare i bandoli di una complicata matassa. Le coreografie di Morena Barrone si bilanciavano in una genericità non sempre sgradevole,, nella discreta presenza del corpo di ballo di Odessa. Il cast era nel suo insieme all’altezza della situazione: Anastasia Boldyreva era Amneris  e  ritraeva una principessa da antologia non solo nella bellezza della presenza scenica e nell’eleganza dell’interpretazione: algida e insieme sofferente innamorata. Non lo stesso possiamo dire dell’Aida di Svetlana Kasyan, che spesso forzata nel seetore acuto dipanava con difficoltà una linea di canto sempre tesa e mai chiaroscurale, nei fraseggi sempre uguali a loro stessi. Gianluca Terranova dava una buona tenuta alla perigliosa vocalità di Radamès. Discreto Amonasro era Andrea Borghini . Ramfis era Cristian Saitta mentre il re Fulvio Valenti. Il coro non ci è sembrato ottimo come in passato. Più che generosa la risposta del pubblico.

Dorilla al Malibran

giovedì 9 maggio 2019

Non finiremo mai di lodare il Teatro La Fenice per la sua continua ricerca e riscoperta di opere antiche e desuete . Dorilla in Tempe di Antonio Vivaldi rappresentata la scorsa settimana al Teatro Malibran è indubbiamente fra le più interessanti . Melodramma eroico pastorale in tre atti, andato in scena nel 1734 a Venezia è indubbiamente una vera chicca come solo il “prete rosso” sapeva comporre. Sembra essere stato un pastiche di diversi compositori dell’epoca più o meno di fama ma il risultato finale è ciò che conta e fa piacere alle nostre orecchie, quanto di più gradevole si possa oggi desiderare . Nel golfo mistico troviamo un esperto direttore come Diego Fasolis che riesce non solo a mantenere la tensione drammatica durante il corso di tutta la partitura, ma anche ad alleggerire un’orchestra non specializzata nel barocco facendola risultare perfettamente adeguata a rispettare le esigenze dei cantanti. Per quanto ci riguarda pensiamo che visto il genere pastorale dell’opera sarebbe stato più gradito anche qualche pezzo danzato in più;rispetto a quelli eseguiti al teatro Malibran dai ballerini della Fattoria Vittadini. Anche il coro del teatro ha saputo ben calibrare i propri interventi allo stile vivaldiano. Altro appunto che vorremmo avanzare a questo allestimento è l’assenza più totale dei controtenori in genere così validi e ben utilizzati nelle scene internazionali. Non che il cast non fosse all’altezza delle impegnative tessiture ma appariva spesso una qual certa sensazione di scolasticità che non solo privava di tensione drammatica ma conferiva anche monotonia all’insieme . In particolare Manuela Custer nel ruolo protagonistico veniva ben affiancata dall’Elmiro di Lucia Cirillo. Anche il Nomio di Veronique Valdés ben si disimpegnava . Rosa Bove era un Discreto Filindo all’altezza dell’Eudamia di Valeria Girardello . Note non positive invece per il non sempre intonatissimo Michele Patti come Admeto, il solo timbro maschile qui ascoltato. L’allestimento scenico di Fabio Ceresa sul libretto di Antonio Maria Lucchini non appariva qui disturbare la complessa azione scenica basata su una trama piuttosto intricata e poco attuale. Lo stesso Ceresa sembrava non crederci troppo, inserendo alcune mascherine del tipo verde ospedaliero in aperto contrasto con i restanti personaggi perfettamente pastorali. Anche il tono spesso caricaturale di certe situazioni non sempre era calzante con quello musicale. Bel successo di pubblico in una sala gremita alla recita del 5 maggio alla quale abbiamo assistito.

Madama Butterfly al Verdi di Trieste

giovedì 18 aprile 2019

Madama Butterfly al Verdi di Trieste con la regia di Alberto Triola è stata una piacevole sorpresa . Uno spettacolo semplice sull’onda di quel minimalismo imperante che trova nel mondo giapponese contemporaneo il suo perfetto terreno di elezione. Tutto è in armonia monocromatica nelle tenui sfumature sia dei costumi come delle scene in un mondo intimistico contemporaneo sì idealizzato e  stilizzato e molto vicino al nostro contemporaneo modo di sentire. I due mondi così lontani, quello della ingenua e piccola Cio Cio San e quello di Pinkerton appaiono così sempre più incompatibili fino alla tragedia finale che risulta inevitabile. I tocchi personali della regia di Triola erano evidenti soprattutto nel secondo atto, dove una cascata di petali rossi di acero creava un presagio di sangue e di ansia drammatica che culminava nel suicidio della protagonista. Le scene essenziali ma efficaci di Emanuele Genuizzi con Stefano Zullo e i costumi di Sara Marcucci ben coronavano il tutto. La direzione musicale di Niksa Bareza voleva scrostare la partitura da zuccherosi vezzi tipici di una certa tradizione verista che ben poco dovrebbero avere a che fare con partiture come questa. Quello che mancava era però il senso della parola recitata o meglio del recitar cantando, in particolare nel fraseggio della protagonista Liana Aleksanyan. Nello Sharpless di Piero Pretti vi era invece tutta la giusta protervia insita nel personaggio. Ottima la prova di Laura Verrecchia una Suzuki di tutto rispetto come Sharpless di Stefano Meo.  Anche le parti di cosiddetto contorno erano all’altezza di una Butterfly coronata dal giusto successo finale di pubblico, numerosissimo alla prima rappresentazione.

Elisir al Verdi di Trieste

giovedì 28 marzo 2019

Vi era un tempo in cui il teatro Verdi di Trieste si distingueva per le sue chicche e l’originalità delle sue proposte. Quel tempo è passato ( se non fosse per il Principe Igor andato in scena recentemente cui non abbiamo potuto assistere). Si preferisce il repertorio più rassicurante è a dimostrarlo vi è il fatto che nel giro di quattro anni il capolavoro donizettiano  Elisir d’amore è stato messo in scena per ben due volte. Come recita la locandina ispirato al “Circo” di Fernando Botero è stata indubbiamente la motivazione di questo nuovo allestimento di uno fra i più celebri titoli del repertorio comico non solo italiano ma in assoluto . A dire il vero l’allestimento di Victor Garcia Sierra dimostrava tutto il suo motivo d’essere e la sua vivacità non solo nelle scene palesemente boteriane ma anche nella gestualità, trasmessa dalle masse coreutiche genuinamente spontanee nella comicità. Una realizzazione non banale ma spiritosa senza essere scontata . Non lo stesso possiamo dire della direzione di Simon Krecic poco generosa  di colori sfumature e sensibilità in genere ma anche spesso scollata dal palcoscenico. Il cast era nel suo insieme di buon livello, bella sorpresa il Belcore di Leon Kim dal timbro morbido e pastoso pensiamo che darà in futuro belle soddisfazioni se arricchito da un fraseggio. Il decano Bruno De Simone era un fine dicitore come Dulcamara evitando pesantezze di tradizione. Francesco Castoro era un Nemorino significativo nel timbro vocale anche se non raffinatissimo nei chiaroscuri, mentre Claudia Pavone dava di Adina una decorosa presentazione anche se non  nelle agilità e nel fraseggio . Discreta la Giannetta di Rinako Ara . Buono il coro per un sentito  successo alla prima rappresentazione.

Il re pastore alla Fenice

martedì 26 febbraio 2019

“Il re pastore” è ritenuta a torto nell’ambito del catalogo mozartiano un titolo minore. Se paragonato ad altri capolavori del genio salisburghese forse non sarà ai primissimi posti per originalità drammaturgica visto che diversi altri compositori utilizzarono il testo del Metastasio. Nell’ allestimento appena rappresentato alla Fenice sotto le cure direttoriali di Francesco Maria Sardelli la partitura risulta invece in tutto il suo compiuto splendore. Quale altro compositore diciannovenne potesse mai uguagliare lo sfavillio di una partitura dove la brillantezza di esecuzione delle arie più spericolate viene accostata alla purezza di arie come “Aer tranquillo e di sereni”. Certo le tessiture arditissime fanno pensare piuttosto a strumenti solistici o meglio a un canto finalizzato alle arditezze virtuosistiche piuttosto che a una descrizione dell’animo dei personaggi e di situazioni veramente drammatiche. La direzione di Sardelli pur essendo giustamente dinamica e teatrale quanto basta ha conferito ai cantanti quella sicurezza che risulta fondamentale in tessitur così complesse  come quelle del Re pastore e delle opere di metà Settecento. L’allestimento scenico di Alessio Pizzech sulle belle scene di Davide Amidei è di quelli che non  disturbano l’occhio e si lascia apprezzare per compostezza. Roberta Mameli ben si disimpegnava nella parte principale di Aminta concepita per il castrato Tommaso Consoli. La Tamiri di Silvia Frigato pur essendo ben agile e disinvolta dimostrava una certa morbidezza nel legato come pure la Elisa di Elisabeth Breuer. Note discrete anche sul versante maschile in particolare per il tenore Juan Francisco Gatell un nobile Alessandro . Anche il timbro più scuro di Francisco Fernandez Rueda ben rendeva il centrale personaggio di Agenore. Buon successo di pubblico per un titolo così poco noto.

Werther alla Fenice

venerdì 1 febbraio 2019

La presentazione di un titolo come Werther di Jules Massenet forse più di ogni altro pone il problema del protagonista, ruolo centralissimo e pieno di difficoltà, non tanto vocali quanto piuttosto interpretative. Chi scrive ha avuto modo non solo di poter apprezzare ripetutamente Alfredo Kraus ma anche Giuseppe Sabbatini che, pur non arrivando ai vertici dello storico tenore  canario, lasciava comunque il segno di una grossa personalità . Il tenore francese Sebastien Guèze non inizialmente previsto nel cast della Fenice, ma chiamato a sostituire Piero Pretti a lungo indisposto, impostava invece la propria interpretazione su un piano completamente dìverso. In possesso di un bel timbro tenorile piuttosto corposo e di un phisique du role tutt’altro che trascurabile presentava una linea vocale alquanto robusta e non ricchissima di mezze voci e sfumature.  Di madrelingua francese offriva comunque una bella linea drammatica e piena di accenti piuttosto che di chiaroscuri e sfumature così care ai tenori sopraccitati. Ben diversa è stata invece la Charlotte di Sonia Ganassi che, avendo fatto del belcanto il proprio credo, può ancora oggi dopo tanti anni di carriera dare una linea interpretativa non solo incisiva nella drammaticità ma anche tutta una tavolozza di sfumature difficile da ascoltare in un ruolo di impostazione verista.  Albert di Simon Schnorr era al di sotto della sufficienza mentre Pauline Rouillard come Sophie si dimostrava più che soddisfacente. La direzione di Guillaume Tourniaire si rivelava fortemente teatrale e incisiva in ogni momento . La realizzazione scenica affidata alle cure di Rosetta Cucchi, inquadrava l’azione in una specie di flashback del protagonista che  fin dall’inizio estraniato e allontanato da un mondo familiare prelude la tragica fine.  Ottimo il successo del pubblico. Recensione della recita di martedi 29 gennaio.

Nabucco al Verdi di Trieste

mercoledì 23 gennaio 2019

Perché mai un nuovo Nabucco al Verdi di Trieste? Fra i tanti titoli interessanti da proporre il massimo teatro del Friuli Venezia Giulia lo sceglie a soli tre anni dall’ultima presentazione del capolavoro verdiano della giovinezza. L’ultima produzione a firma di Stefano Poda andata in scena nel 2015 sembrava ben più soddisfacente, questa invece frutto della collaborazione con i teatri di Brescia Cremona e Pavia a firma di Andrea Cigni (ripresa da Danilo Rubeca) francamente  non appariva irrinuciabile. Risultava infatti molto più scontata rispetto a quella del Poda non tanto per l’impianto scenico di Emanuele Sinisi e per i suggestivi costumi di Simona Morresi , quanto per i movimenti scenici piuttosto banali e non sempre calzanti nelle scene di insieme. Christopher Franklin dirigeva con piglio autenticamente verdiano senza timore di esagerare negli slanci, sapendo ben sostenere orchestra e solisti. Ottima la prova del coro che anche se non numerosissimo come un tempo, ben dipanava le celebri pagine d’insieme . Il cast della prima recita capitanato da Giovanni Meoni come Nabucco anche se non in possesso di una voce scurissima presentava un fraseggio garbato ed elegante. Anche lo Zaccaria di Nicola Ulivieri ben si destreggiava al pari dell’Ismaele di Riccardo Rados . La Fenena di Aya Wakizono si disimpegnava con eleganza.  Rimane Amarilli Nizza che di Abigaille ha dato una lettura che avremmo preferito non aver mai ascoltato. Ella costringeva il direttore ad equilibrismi che si possono annoverare solo fra le “perle nere” e preferiamo non inoltrarci in ulteriori analisi stendendo un pietoso velo di oblio. Calorosi applausi per tutti al termine.

Macbeth alla Fenice

giovedì 29 novembre 2018

Macbeth è indubbiamente uno fra i titoli più invoglianti per i registi e la Fenice ha scelto di inaugurare la stagione 2019 con questo capolavoro verdiano . Damiano Michieletto alla sua nona regia nel massimo teatro veneziano non solo non delude le aspettative ma supera se stesso, con un allestimento destinato a dividere il pubblico. Dimostra anche, se ce ne fosse stato bisogno ancora una volta, che per fare del grande teatro non sono necessarie scene faraoniche o allestimenti ultracostosi, ma basta un bravo regista. Il bravo regista non solo riesce a fare il gran teatro con i fichi secchi come si faceva negli anni cinquanta , ma anche fa recitare solisti e masse come abbiamo potuto apprezzare in questa occasione . Il bravo regista sa rinnovarsi sempre e riesce a non essere mai prevedibile, come troppo spesso capita. In più la lettura psicanalitica del dramma scespiriano operata dal regista viene trasmessa con una forza comunicativa diretta e sicura come raramente ci è stato dato di vedere. In pratica ci troviamo spesso davanti a un lavoro da manuale come nell’uso accuratissimo delle luci o dei colori come quello del sangue dei morti spettralmente bianco, o dei materiali come il cellophane che si stringe per uccidere e avvolgere i morti. Anche le scene che spesso mastodontiche intralciano l’introspezione psicologica, qui sono totalmente assenti e mettono l’accento sugli eleganti costumi moderni di Carla Teti. Unica nota negativa la totale mancanza delle danze non solo per lo splendore delle musiche verdiane, ma anche perché ci saremmo aspettati da Michieletto una personale interpretazione delle stesse. La direzione di Myung-Whun Chung si può accostare a quella dei grandi direttori che hanno affrontato la parte in passato. Slancio autenticamente verdiano rifiniture accuratissime , solo talvolta eccesso nei volumi ma l’acustica ricchissima della sala gioca questi scherzi. Protagonista era Luca Salsi un baritono con mezzi vocali superiori alla media, ottima tecnica ma talvolta eccessivamente prorompente e compiaciuto delle sue capacità . Vittoria Yeo è stata una splendida Lady per presenza scenica e intensità interpretativa. Pur non essendo un vero drammatico come la parte richiederebbe, ha ottenuto con lo scavo del fraseggio una grande immedesimazione. Ottimi anche il Banco di Simon Lim e il Macduff di Stefano Secco. Notevoli pure le prove del coro e dell’orchestra della Fenice in uno spettacolo giustamente applauditissimo.