Archivio della Categoria 'Opera'

La Traviata alla Fenice

martedì 29 settembre 2020

Non ce ne vorranno i registi d’opera se osiamo dire che un certo influsso benefico quest’epoca di Covid riesce pure ad averla : sembrerà strano ma ha permesso di alleggerire gli allestimenti troppo spesso invadenti fino al fastidio. Ecco quindi non solo più immediatezza e concentrazione sull’azione scenica ma anche la possibilità agli ascoltatori di concentrarsi maggiormente sull’aspetto musicale e vocale soprattutto. Ciononostante la regia di Christophe Gayral non mancava di una certa originalità, dando l’occasione alla protagonista di apparire già durante il preludio del primo atto nel letto d’ospedale che abbandonerà uscendo dalla scena sulle sue gambe . Questa continuità scenica pur non essendo una novità può dare adito a diverse interpretazioni. Il giovane direttore Stefano Ranzani di comprovata attività scaligera riusciva a conferire giusta drammaticità al capolavoro verdian . Il  giovanile cast vedeva nella protagonista Claudia Pavone una Violetta intensa e drammatica più a suo agio sul versante lirico drammatico che su quello coloratura. Anche se le agilità del “sempre libera” sono state eseguite con grande facilità, da considerare un brutto acuto ( peraltro non indispensabile) alla fine della cabaletta. Ottimi invece “Amami Alfredo ” e “Addio del passato”con giusto trasporto. Matteo Lippi è stato un Alfredo coinvolgente e intenso nel timbro e nelle intenzioni. Qualche mezzavoce in più e qualche filato lo renderebbero ancora più interessante. Alessandro Luongo ha dato di Germont una raffigurazione nobile e sentita non priva di elegante fraseggio. Buoni anche i comprimari. Il coro della Fenice ha saputo rendersi ben presente anche se confinato al di là di un odioso sipario. Trionfo finale con ovazioni per tutti al termine.

Roberto Devereux alla Fenice

giovedì 24 settembre 2020

Roberto Devereux fu creato per la Fenice dal maestro bergamasco nel 1837 per cadere poi nel dimenticatoio come purtroppo molti titoli donizettiani. Asso nella manica della Donizetti renaissance    fu cavallo di battaglia della grande Leyla Gencer che fece di Elisabetta la vera protagonista di questo capolavoro. Devereux vide poi una serie di grandi primedonne trionfare in questo ruolo sfaccettato e di impostazione belcantistica che permette una serie di linee interpretative di grande fascino fra cui quelle di Montserrat Caballè, Beverly Sills, Edita Gruberova, Raina Kabaiwanska  e ultima ma non ultima l’indimenticabile Mariella Devia. La nuova produzione veneziana a firma di Alfonso Antoniozzi ha molte frecce al suo arco. Antoniozzi che abbiamo seguito anche nella sua precedente carriera, quella del basso baritono buffo, ha impostato la sua regia in tempi di Covid su una recitazione decisa ma non esagerata, come tanti cantanti sarebbero naturalmente portati a fare. La direzione orchestrale di Riccardo Frizza giustamente teatrale, solo raramente imperiosa, ha sottolineato forse più il coté romantico di quello puramente belcantistico. Ottima la prova dell’orchestra e del coro della Fenice che hanno ben corrisposto alle richieste del direttore. Non all’altezza delle nostre aspettative invece l’Elisabetta di Roberta Mantegna che pur in possesso di timbro vellutato e fascinoso e di una vocalità che potrebbe essere definita da “drammatico di agilità”, è apparsa diverse volte non a suo agio nel settore acuto e nelle colorature in genere. Il fraseggio non curatissimo e una tavolozza di accenti piuttosto limitata non hanno poi permesso al soprano di scolpire un personaggio sfaccettato come quello della regina inglese. Enea Scala protagonista ha invece convinto non solo in una vocalità sicura virile e quasi mai sforzata ma anche in una presenza scenica adeguata al ruolo dell’amante sensuale. Sara era Lilly Jorstad che ben si è disimpegnata come amorosa. Alessandro Luongo si dimostrava poi un valido e sicuro Nottingham. Trionfo e ovazioni alla prima di martedi 15 settembre.

Il Verdi Di Trieste inaugura la stagione sinfonica 2020

sabato 19 settembre 2020

Quasi a smentire la nostra ultima recensione dei concertoni Netrebko Kaufmann a Lubiana ecco il concerto inaugurale al teatro Verdi di Trieste. Presentato domenica scorsa al Teatro Verdi di Trieste con  due fra i più grandi nomi della lirica internazionale che hanno allietato il caldo pomeriggio triestino. Probabilmente a causa delle cancellazioni dovute alla terribile fase Covid che stiamo vivendo a tutte le latitudini  Marcelo Alvarez e Maria Josè Siri si sono potuti presentare al Verdi in un concerto dal programma popolare che più popolare non si può. La cancellazione del maestro Ciampa ha consentito al  maestro Jordi Bernacer di condurre con grande professionalità nonostante le poche prove. L’ Ouverture dei Vespri Siciliani è stata eseguita con giusto slancio verdiano. La famosa aria tenorile “E’ la solita storia del pastore” , veniva invece affrontata con troppo impeto da Alvarez mettendo in risalto non solo lo splendido timbro ma anche alcune forzature nell’emissione. Il soprano Siri apriva invece con una coinvolgente interpretazione di “Pace, pace mio Dio” dove poteva ben evidenziare la sicura vocalità e la facilità di esecuzione della temibile aria. Buona la prova del coro del Verdi in “O signore dal tetto natio” mentre la meno eseguita “O souverain, o juge, o père dal Cid di Massenet  permetteva ad Alvarez di esprimersi con agio nella tessitura drammatica della romanza. Toccante è stata poi l’interpretazione della Siri in “La mamma morta ” dagli accenti sentiti pur senza esagerazioni veriste come pure nel celebre ” Vissi d’arte”. Non poteva mancare ” Nessun dorma “eseguito discretamente da Alvarez. Emozionante anche l’esecuzione del coro nel celebrerrimo ” Va pensiero”. Convincente anche l’Intermezzo della pucciniana Manon Lescaut . Il concerto si concludeva degnamente con il duetto ” Mario ! Mario! Mario” dalla Tosca. Visto il successone il pubblico si sarebbe aspettato qualche bis in più al di là del verdiano “Libiamo, libiamo…..

Kaufmann Netrebko Eyvazov a Lubiana

venerdì 11 settembre 2020

Che il festival di Lubiana fosse una grande realtà europea nessuno lo poteva mettere in dubbio già da anni . Che riuscisse ad infilare due perle quali Netrebko e Kaufmann nel giro di pochi giorn,i è però una realtà da far invidia a festival ben più popolari ed antichi come ad esempio quello di Salisburgo. Contrastando le stupide mode intellettualistiche della solita parte politica imperante ormai in Italia da troppi anni, che non vedono di buon occhio concerti incentrati su famose arie operistiche ma preferiscono evitarli, Lubiana ha presentato la coppia Anna Netrebko Yusif Eyvazof con l’Orchestra Filarmonica Sloven diretta da Michelangelo Mazza in un concerto prevalentemente verdiano. La signora Netrebko si presentava iniziando in forma smagliante  con “Tu che le vanità”, una fra le più temibili arie del repertorio verdiano, mentre Eyvazov con la grande scena di Alvaro dalla Forza del destino. Ma la più eccezionale interpretazione della grande scena di Rusalka rivelava sfumature e colori nella  pagina di Dvorak  assai difficili da sentire da altre interpreti. La coppia si è anche cimentata in pagine non più così popolari come un tempo come ad esempio” Non ti scordar di me” di Curtis. Il grande duetto dalla Butterfly ha concluso poi il concertone che inizialmente funestato da un temporale è terminato poi nel migliore dei modi con diversi bis. Il tenore Eyvazov non particolarmente amato dai loggionisti scaligeri solo per il fatto di essere marito di Anna Netrebko è apparso assai migliorato e confermato nella tecnica e nella dizione oltre che nell’impostazione vocale. Volendo parlare di Anna Netrebko bisogna solo far attenzione a non esagerare nelle lodi. In lei la facilità dell’emissione nel canto si completa con una tecnica che le permette di terminare un concerto dando l’ impressione di poter ricominciare un altro senza alcuno sforzo. Cosa possiamo dire di Jonas Kaufmann che non sia stato ancora detto? Il concerto dell’ottima Orchestra sinfonica Slovena diretta da Jochen Rieder il 26 agosto ha affrontato un programma particolarmente impegnativo, incentrato nel repertorio italiano e francese. Il grande tenore bavarese ha dimostrato così ancora una volta non solo la sua versatilità ma anche l’appropriatezza dello stile interpretativo pèrfettamente calzante sia nel verismo italiano come in quello francese. Morbidezza dell’emissione e pulizia dalle incrostazioni e dagli accenti veristi permettono al tenore drammatico di far risplendere la linea musicale più intatta e pura senza alcun appesantimento. In particolare abbiamo apprezzato la prorompente drammaticità della romanza di Turiddu o della romanza del fiore dalla Carmen di Bizet. Ma è stata l’impegnativa “O souverain ” da le Cid di Massenet che ha permesso a Kaufmann di dipanare forse la più spettacolare ed intensa delle sue interpretazioni. L’ acclamazione finale ha consentito a Kaufmann non solo di esibirsi in diversi bis fra cui “E lucean le stelle” ” due pezzi di Franz Léhar fra cui “Dein ist mein henzes Herz” e ancora  “Non ti scordar di me”, “Core n, grato”e ancora Nessun dorma. Unica osservazione finale : perchè niente Wagner ?

Francesco Meli Luca Salsi alla Fenice

giovedì 30 luglio 2020

Un luglio di rinascita quello del teatro Alla Fenice che si è felicemente concluso con un concerto vocale dal programma attualmente piuttosto insolito anche se molto popolare nei cartelloni del tempo andato.  Il pianista Davide Cavalli al centro della platea del prestigiosissimo teatro veneziano si è cimentato nell’esecuzione di due impegnativi pezzi della lettereatura pianistica. L’Etude op. 2 n. 1 di Scrjabin ,dai soffusi chiaroscuri estetizzanti mentre le Funerailles dalle Harmonies poétiques et religieuses di Franz Liszt evidenziavano invece gli aspetti più virtuosistici del pianismo ottocentesco espresso in questo caso con una contenuta eleganza. Per il resto il concerto si dipanava su alcuni fra i più celebri duetti verdiani in particolare da Don Carlo, Ballo in maschera, Forza del destino, e Otello. Francesco Meli e Luca Salsi pur cimentandosi attualmente nel repertorio verdiano nei maggiori teatri italiani ed esteri non sarebbero stati in passato classificati come “verdiani”. In particolare Meli proviene da una prima parte della carriera di impostazione belcantista soprattutto rossiniana e lo ha ben dimostrato nell’accurato uso delle dinamiche sfumate e delle agilità nel dettaglio dei bis rossiniani dal Barbiere e nella Furtiva lacrima donizettiano presentata come ultimo bis. Ciò non toglie che la corretta impostazione e il senso della frase e degli accenti non prevalevano su alcuni passaggi compiaciuti. Anche il baritono Luca Salsi mancava talvolta di quell’arroganza e di quell’ alterigia  autenticamente verdiana tipica di certi grandi interpreti del passato.  Apprezzabile invece l’eleganza del fraseggio e la morbidezza dell’emissione. E’stato proprio nell’esecuzione del bis rossiniano tratto dal duetto del Barbiere (all’idea di quel metallo..) che Salsi ha dimostrato non solo facilità nelle agilità rossiniane ma anche un bel colore brunito e uno slancio molto belcantista. Pregnante anche la sua esecuzione della canzone di Tosti : L’alba separa dalla luce l’ombra. Ci auguriamo che questo sia solo l’inizio di futuri concerti vocali operistici non solo alla Fenice ma anche in altri teatri. Cordiale è stata poi l’incontro con gli artisti nella calle prospiciente al teatro.

Ottone in villa

giovedì 16 luglio 2020

Non abbiamo mai celato la nostra predilezione per la Fenice. Abbiamo seguito il Gran Teatro  in tanti anni di peripezie già prima e dopo del catastrofico rogo e il suo trasferimento al Tronchetto, fino alla ricostruzione tale e quale era stata concepito nel diciottesimo secolo. Dopo il tragico allagamento di questo autunno 2019 e questo infelicissimo lock down, che ha segnato in modo indelebile la nostra esistenza, La Fenice rinasce ancora una volta dalle sue ceneri, riproponendoci ancora  un diverso modo di fruire di uno degli spazi pubblici più sfavillanti e sontuosi che siano mai stati concepiti. Il teatro bomboniera appariva svuotato del suo palcoscenico o meglio rivissuto dal suo interno con gli spettatori rivolti verso la platea e l’arco dei palchi sfarzoso ed elegante come non mai. L’orchestra e i cantanti posizionati in platea al centro di un mondo che diventa parte integrante del nostro contemporaneo. Era così che la bellezza e la purezza della partitura del giovane prete rosso del 1713 risplendeva ricchissima di spunti di inventiva nella pur improbabile trama di Domenico Lalli. Basata sulla Messalina di Francesco Maria Piccioli la a regia di Giovanni Di Cicco non appariva fra quelle più  significative ma non ostacolava l’affascinante direzione orchestrale di Diego Fasolis. La sua direzione pur non alla testa dei suoi barocchisti ma bensì degli archi della Fenice si stagliava pregnante e significativa nella sua linea interpretativa. I sei solisti vocali tutti alle prese con le voluttuose agilità e i contrasti barocchi più marcati ed insieme più colorati vedevano in Sonia Prina, raro timbro di contralto nel panorama vocale contemporaneo, un’autentica gemma. Giulia Semenzato era poi un’ agilissima Clonilla, per certi aspetti vera protagonista dell’opera. Anche Lucia Cirillo ben si destreggiava nella parte en travesti di Caio Silio come pure Michela Antenucci come Tullia. Unico timbro maschile il tenore Valentino Buzza come Decio. Piccola osservazione: perchè non inserire almeno un controtenore in un’opera vivaldiana come Ottone ? Grande successo per un titolo che speriamo non ricada nell’oblio.

Lucrezia Borgia al Verdi di Trieste

lunedì 10 febbraio 2020

Lucrezia Borgia è fra le più celebri riesumazioni della Donizetti renaissance e quest’anno indubbiamente il fiore all’occhiello della stagione triestina. L’allestimento firmato da Andrea Bernard  è frutto di un’ampia collaborazione fra diversi teatri lirici italiani, tra cui quelli di Bergamo , Reggio Emilia Piacenza e Ravenna.  E’ apparso non banale e scontato come accade talvolta. Parte del pubblico poco avvezzo ad allestimenti con un minimo di originalità, non si sforza di comprendere che il teatro non è solo fatto di scene dipinte e parrucche polverose ma deve essere sempre stuzzicante  e stimolante . Detto questo l’allestimento di Bernard brillava anche nella recitazione dei singoli e del coro. Indubbiamente vi erano eccessi registici del dramma a tinte fosche. La terribile Borgia sfiora l’incesto nell’amore per il figlio Gennaro ignaro delle proprie origini nobili. La regia ha poi cercato di evidenziare le caratteristiche liriche di una protagonista come Carmela Remigio ben lontana dalle qualità del soprano drammatico d’agilità, a cui di solito viene assegnata questa impegnativa parte. In particolare non possiamo non ricordare che la cabaletta finale “Era desso il figlio mio” è stata eseguita un’unica volta senza il “da capo”con variazioni, privando cosi’ il finale della irrinunciabile drammaticità. In tutti i casi l’aspetto più umano e intimistico del personaggio non è stato trascurato. La direzione orchestrale non proprio azzeccatissima, non riusciva da parte sua a svelare quegli accenti nascosti nella partitura del cigno bergamasco, che hanno fatto di quest’opera una chicca di assoluto rispetto sospesa fra il bel canto e il romanticismo italiano. Stefan Pop era un Gennaro di assoluto rispetto anche se sbilanciato sulla drammaticità piuttosto che sul sentire intimo ed elegiaco come la parte richiederebbe. Incisivo e sensuale il Maffio di Cecilia Molinari. L’Alfonso di Dongho Kim non lasciava spazio a incertezze. Ottimo anche il gruppo degli amici di Maffio e di Gennaro che ben si equilibravano fra di loro. Di un certo impatto anche le coreografie di Marta Negrini. Buona prestazione del coro mentre un pò meno del solito quella dell’orchestra del Verdi.

Don Carlo alla Fenice

venerdì 20 dicembre 2019

Don Carlo è la quarta opera che Verdi compose su un dramma di Schiller ma è forse la più profonda e la più interessante dal punto di vista drammaturgico. L’introspezione psicologica che Verdi opera sui sei personaggi rende quest’opera probabilmente non solo la più fosca e intensa fra tutte ma anche quella che permette ad ogni interprete sia sulla scena come nel golfo mistico di potersi esprimere al massimo. Nel caso dell’allestimento del grande,teatro veneziano risulta poi assai difficile attribuire la palma del migliore risultato. La regia di Robert Carsen era di quelle che non lasciano spazio a dubbi:la centralità assoluta di Rodrigo vero protagonista manipolatore degli altri personaggi. Verdi presenta infatti nella tessitura del baritono le pagine forse più belle dell’opera e Carsen accentua questo. In più la sontuosa vocalità di Julian Kim sembra studiata apposta per questo ruolo tale da poter paragonare questo baritono ad alcuni grandi del passato . Carsen appresta un Don Carlo minimalista nella sua monocromia,dove solo un velo bianco sul capo di Elisabetta rompe un sostanziale grigio nero imperante.Il marchese di Posa infatti non muore ma si rialza e va a stringere la mano al grande Inquisitore.  A parte questa trovata piuttosto personale e forse criticabile ciè che convince pienamente è la resa gestuale non solo dei protagonisti vocali ma anche delle masse coreutiche che si disimpegnano quasi fossero dei veri primi attori. Myung Whun Chung ha confermato le aspettative di grande direttore verdiano profondendo spessore drammatico e matura densità alla partitura. Unica pecca di una direzione assai brillante e sempre emozionante un volume sonoro spesso sovrastante le voci. Un’interpretazione comunque antologica anche nella resa degli insiemi coro e orchestra. Il cast era decisamente all’altezza della situazione. Piero Pretti è stato un valido protagonista ben sicuro nel settore acuto. Filippo II era Alex Esposito intenso e autorevole. Autorevole e insinuante il grande inquisitore di Marco Spotti. Elisabetta di Maria Agresta sempre convincente in tutti i registri . Veronica Simeoni era sensuale e disperata comme il faut. Buono anche il livello dei comprimari. Trionfo alla recita del 7 dicembre per tutto il cast.

Aida inaugura il Verdi di Trieste

mercoledì 4 dicembre 2019

Il Verdi di Trieste in collaborazione con il teatro accademico nazionale di Odessa ha aperto la stagione 2020 con due capolavori del teatro operistico, . Se per ragioni di salute non abbiamo potuto assistere alla prima rapprresentazione di Turandot non ci siamo lasciati sfuggire quella di Aida. Sfogliando il programma di sala non possiamo non notare quali siano stati in passato i protagonisti di questo titolo sia sul podio che sulla scena : Antonino Votto, Arturo Basile, Francesco Molinari Pradelli e infine Nello Santi che offrì un’interpretazione memorabile del capolavoro verdiano. Franco Corelli e Giangiacomo Guelfi sono nomi che si presentano da soli. Per quanto riguarda i registi citiamo Hugo De Ana Giancarlo Menotti e  Virginio Puecher. Aida forse la più popolare delle opere di Verdi fu ad esempio assente per molti anni dal Metropolitan di New York quando la grande Leontyne Price lasciò le scene. L’allestimento firmato da Katia Ricciarelli e Davide Garattini è di quelli che si dovrebbero definire” semplice semplice” per andare incontro alle aspettative del grande pubblico. Costumi sgargianti che sembrano tratti dalle vecchie figurine Liebig evidenziati da luci spiazzanti alla Star Trek. Inutile cercare certe atmosfere sfumate o chiaroscurali insite nella partitura, in quanto la regia sembra prediligere l’aspetto più esuberante e effettistico dell’opera. Forse va bene così : il successo non è mancato, il pubblico triestino cerca conferme più che emozioni teatrali. Visioni personali e moderne dell’opera come si fa ormai un pò dappertutto qui sono assai lontane. Peccato che anche la gestualità dei protagonisti era basata sui vecchi stilemi della commedia dell’arte anni 50. Un pò come se s registi come Strehler non fossero mai esistiti…Diverso il discorso sul lato musicale che vedeva nella direzione di Fabrizio Maria Carminati se non un esempio di raffinatezze e di tavolozze coloristiche, un certo senso teatrale anche se non sempre riusciva a districare i bandoli di una complicata matassa. Le coreografie di Morena Barrone si bilanciavano in una genericità non sempre sgradevole,, nella discreta presenza del corpo di ballo di Odessa. Il cast era nel suo insieme all’altezza della situazione: Anastasia Boldyreva era Amneris  e  ritraeva una principessa da antologia non solo nella bellezza della presenza scenica e nell’eleganza dell’interpretazione: algida e insieme sofferente innamorata. Non lo stesso possiamo dire dell’Aida di Svetlana Kasyan, che spesso forzata nel seetore acuto dipanava con difficoltà una linea di canto sempre tesa e mai chiaroscurale, nei fraseggi sempre uguali a loro stessi. Gianluca Terranova dava una buona tenuta alla perigliosa vocalità di Radamès. Discreto Amonasro era Andrea Borghini . Ramfis era Cristian Saitta mentre il re Fulvio Valenti. Il coro non ci è sembrato ottimo come in passato. Più che generosa la risposta del pubblico.

Dorilla al Malibran

giovedì 9 maggio 2019

Non finiremo mai di lodare il Teatro La Fenice per la sua continua ricerca e riscoperta di opere antiche e desuete . Dorilla in Tempe di Antonio Vivaldi rappresentata la scorsa settimana al Teatro Malibran è indubbiamente fra le più interessanti . Melodramma eroico pastorale in tre atti, andato in scena nel 1734 a Venezia è indubbiamente una vera chicca come solo il “prete rosso” sapeva comporre. Sembra essere stato un pastiche di diversi compositori dell’epoca più o meno di fama ma il risultato finale è ciò che conta e fa piacere alle nostre orecchie, quanto di più gradevole si possa oggi desiderare . Nel golfo mistico troviamo un esperto direttore come Diego Fasolis che riesce non solo a mantenere la tensione drammatica durante il corso di tutta la partitura, ma anche ad alleggerire un’orchestra non specializzata nel barocco facendola risultare perfettamente adeguata a rispettare le esigenze dei cantanti. Per quanto ci riguarda pensiamo che visto il genere pastorale dell’opera sarebbe stato più gradito anche qualche pezzo danzato in più;rispetto a quelli eseguiti al teatro Malibran dai ballerini della Fattoria Vittadini. Anche il coro del teatro ha saputo ben calibrare i propri interventi allo stile vivaldiano. Altro appunto che vorremmo avanzare a questo allestimento è l’assenza più totale dei controtenori in genere così validi e ben utilizzati nelle scene internazionali. Non che il cast non fosse all’altezza delle impegnative tessiture ma appariva spesso una qual certa sensazione di scolasticità che non solo privava di tensione drammatica ma conferiva anche monotonia all’insieme . In particolare Manuela Custer nel ruolo protagonistico veniva ben affiancata dall’Elmiro di Lucia Cirillo. Anche il Nomio di Veronique Valdés ben si disimpegnava . Rosa Bove era un Discreto Filindo all’altezza dell’Eudamia di Valeria Girardello . Note non positive invece per il non sempre intonatissimo Michele Patti come Admeto, il solo timbro maschile qui ascoltato. L’allestimento scenico di Fabio Ceresa sul libretto di Antonio Maria Lucchini non appariva qui disturbare la complessa azione scenica basata su una trama piuttosto intricata e poco attuale. Lo stesso Ceresa sembrava non crederci troppo, inserendo alcune mascherine del tipo verde ospedaliero in aperto contrasto con i restanti personaggi perfettamente pastorali. Anche il tono spesso caricaturale di certe situazioni non sempre era calzante con quello musicale. Bel successo di pubblico in una sala gremita alla recita del 5 maggio alla quale abbiamo assistito.