Archivio della Categoria 'Opera'

Il re pastore alla Fenice

martedì 26 febbraio 2019

“Il re pastore” è ritenuta a torto nell’ambito del catalogo mozartiano un titolo minore. Se paragonato ad altri capolavori del genio salisburghese forse non sarà ai primissimi posti per originalità drammaturgica visto che diversi altri compositori utilizzarono il testo del Metastasio. Nell’ allestimento appena rappresentato alla Fenice sotto le cure direttoriali di Francesco Maria Sardelli la partitura risulta invece in tutto il suo compiuto splendore. Quale altro compositore diciannovenne potesse mai uguagliare lo sfavillio di una partitura dove la brillantezza di esecuzione delle arie più spericolate viene accostata alla purezza di arie come “Aer tranquillo e di sereni”. Certo le tessiture arditissime fanno pensare piuttosto a strumenti solistici o meglio a un canto finalizzato alle arditezze virtuosistiche piuttosto che a una descrizione dell’animo dei personaggi e di situazioni veramente drammatiche. La direzione di Sardelli pur essendo giustamente dinamica e teatrale quanto basta ha conferito ai cantanti quella sicurezza che risulta fondamentale in tessitur così complesse  come quelle del Re pastore e delle opere di metà Settecento. L’allestimento scenico di Alessio Pizzech sulle belle scene di Davide Amidei è di quelli che non  disturbano l’occhio e si lascia apprezzare per compostezza. Roberta Mameli ben si disimpegnava nella parte principale di Aminta concepita per il castrato Tommaso Consoli. La Tamiri di Silvia Frigato pur essendo ben agile e disinvolta dimostrava una certa morbidezza nel legato come pure la Elisa di Elisabeth Breuer. Note discrete anche sul versante maschile in particolare per il tenore Juan Francisco Gatell un nobile Alessandro . Anche il timbro più scuro di Francisco Fernandez Rueda ben rendeva il centrale personaggio di Agenore. Buon successo di pubblico per un titolo così poco noto.

Werther alla Fenice

venerdì 1 febbraio 2019

La presentazione di un titolo come Werther di Jules Massenet forse più di ogni altro pone il problema del protagonista, ruolo centralissimo e pieno di difficoltà, non tanto vocali quanto piuttosto interpretative. Chi scrive ha avuto modo non solo di poter apprezzare ripetutamente Alfredo Kraus ma anche Giuseppe Sabbatini che, pur non arrivando ai vertici dello storico tenore  canario, lasciava comunque il segno di una grossa personalità . Il tenore francese Sebastien Guèze non inizialmente previsto nel cast della Fenice, ma chiamato a sostituire Piero Pretti a lungo indisposto, impostava invece la propria interpretazione su un piano completamente dìverso. In possesso di un bel timbro tenorile piuttosto corposo e di un phisique du role tutt’altro che trascurabile presentava una linea vocale alquanto robusta e non ricchissima di mezze voci e sfumature.  Di madrelingua francese offriva comunque una bella linea drammatica e piena di accenti piuttosto che di chiaroscuri e sfumature così care ai tenori sopraccitati. Ben diversa è stata invece la Charlotte di Sonia Ganassi che, avendo fatto del belcanto il proprio credo, può ancora oggi dopo tanti anni di carriera dare una linea interpretativa non solo incisiva nella drammaticità ma anche tutta una tavolozza di sfumature difficile da ascoltare in un ruolo di impostazione verista.  Albert di Simon Schnorr era al di sotto della sufficienza mentre Pauline Rouillard come Sophie si dimostrava più che soddisfacente. La direzione di Guillaume Tourniaire si rivelava fortemente teatrale e incisiva in ogni momento . La realizzazione scenica affidata alle cure di Rosetta Cucchi, inquadrava l’azione in una specie di flashback del protagonista che  fin dall’inizio estraniato e allontanato da un mondo familiare prelude la tragica fine.  Ottimo il successo del pubblico. Recensione della recita di martedi 29 gennaio.

Nabucco al Verdi di Trieste

mercoledì 23 gennaio 2019

Perché mai un nuovo Nabucco al Verdi di Trieste? Fra i tanti titoli interessanti da proporre il massimo teatro del Friuli Venezia Giulia lo sceglie a soli tre anni dall’ultima presentazione del capolavoro verdiano della giovinezza. L’ultima produzione a firma di Stefano Poda andata in scena nel 2015 sembrava ben più soddisfacente, questa invece frutto della collaborazione con i teatri di Brescia Cremona e Pavia a firma di Andrea Cigni (ripresa da Danilo Rubeca) francamente  non appariva irrinuciabile. Risultava infatti molto più scontata rispetto a quella del Poda non tanto per l’impianto scenico di Emanuele Sinisi e per i suggestivi costumi di Simona Morresi , quanto per i movimenti scenici piuttosto banali e non sempre calzanti nelle scene di insieme. Christopher Franklin dirigeva con piglio autenticamente verdiano senza timore di esagerare negli slanci, sapendo ben sostenere orchestra e solisti. Ottima la prova del coro che anche se non numerosissimo come un tempo, ben dipanava le celebri pagine d’insieme . Il cast della prima recita capitanato da Giovanni Meoni come Nabucco anche se non in possesso di una voce scurissima presentava un fraseggio garbato ed elegante. Anche lo Zaccaria di Nicola Ulivieri ben si destreggiava al pari dell’Ismaele di Riccardo Rados . La Fenena di Aya Wakizono si disimpegnava con eleganza.  Rimane Amarilli Nizza che di Abigaille ha dato una lettura che avremmo preferito non aver mai ascoltato. Ella costringeva il direttore ad equilibrismi che si possono annoverare solo fra le “perle nere” e preferiamo non inoltrarci in ulteriori analisi stendendo un pietoso velo di oblio. Calorosi applausi per tutti al termine.

Macbeth alla Fenice

giovedì 29 novembre 2018

Macbeth è indubbiamente uno fra i titoli più invoglianti per i registi e la Fenice ha scelto di inaugurare la stagione 2019 con questo capolavoro verdiano . Damiano Michieletto alla sua nona regia nel massimo teatro veneziano non solo non delude le aspettative ma supera se stesso, con un allestimento destinato a dividere il pubblico. Dimostra anche, se ce ne fosse stato bisogno ancora una volta, che per fare del grande teatro non sono necessarie scene faraoniche o allestimenti ultracostosi, ma basta un bravo regista. Il bravo regista non solo riesce a fare il gran teatro con i fichi secchi come si faceva negli anni cinquanta , ma anche fa recitare solisti e masse come abbiamo potuto apprezzare in questa occasione . Il bravo regista sa rinnovarsi sempre e riesce a non essere mai prevedibile, come troppo spesso capita. In più la lettura psicanalitica del dramma scespiriano operata dal regista viene trasmessa con una forza comunicativa diretta e sicura come raramente ci è stato dato di vedere. In pratica ci troviamo spesso davanti a un lavoro da manuale come nell’uso accuratissimo delle luci o dei colori come quello del sangue dei morti spettralmente bianco, o dei materiali come il cellophane che si stringe per uccidere e avvolgere i morti. Anche le scene che spesso mastodontiche intralciano l’introspezione psicologica, qui sono totalmente assenti e mettono l’accento sugli eleganti costumi moderni di Carla Teti. Unica nota negativa la totale mancanza delle danze non solo per lo splendore delle musiche verdiane, ma anche perché ci saremmo aspettati da Michieletto una personale interpretazione delle stesse. La direzione di Myung-Whun Chung si può accostare a quella dei grandi direttori che hanno affrontato la parte in passato. Slancio autenticamente verdiano rifiniture accuratissime , solo talvolta eccesso nei volumi ma l’acustica ricchissima della sala gioca questi scherzi. Protagonista era Luca Salsi un baritono con mezzi vocali superiori alla media, ottima tecnica ma talvolta eccessivamente prorompente e compiaciuto delle sue capacità . Vittoria Yeo è stata una splendida Lady per presenza scenica e intensità interpretativa. Pur non essendo un vero drammatico come la parte richiederebbe, ha ottenuto con lo scavo del fraseggio una grande immedesimazione. Ottimi anche il Banco di Simon Lim e il Macduff di Stefano Secco. Notevoli pure le prove del coro e dell’orchestra della Fenice in uno spettacolo giustamente applauditissimo.

I Puritani inaugurano il Verdi di Trieste

venerdì 23 novembre 2018

IPuritani non è forse solo l’ultimo capolavoro ma un vero e proprio testamento spirituale di Bellini in quanto l’ultima opera prima della prematura morte del cigno di Catania. E’ anche una vera e propria sfida per quanto riguarda la composizione del cast in cui al tenore protagonista di eccezionali capacità va affiancato un soprano dalle grandi doti vocali e interpretative . Il Verdi di Trieste ha voluto dunque cimentarsi in questa prova inaugurando la stagione di quest’anno. Sfida complessivamente vinta se si considera il grande successo di pubblico alla prima serata di inaugurazione della stagione 2019. Affidata la regia al tandem Katia Ricciarelli Davide Garattini i quali hanno presentato una visione piuttosto tradizionale dell’opera che volendo mantenersi nell’ambito di una giusta attinenza all’ambientazione originale, non presentava sorprese ma neppure idee personali e introspezione psicologica dei protagonisti. La direzione d’orchestra di Fabrizio Maria Carminati teneva il passo nel suo insieme anche se con qualche scollatura fra coro e orchestra in particolare nel primo atto alla prima rappresentazione, poi riparata nelle recite successivea. Carminati sapeva nel suo insieme sostenere i cantanti nelle impervie tessiture. Ritmi spesso un po’ troppo serrati, mancava talvolta quel senso di abbandono elegiaco tipico di Bellini. Pregevoli sono stati poi le riaperture di alcuni tagli come i duetti “Ah sento mio bel angiol” e” Da quel di che ti mirai “. Non eseguito solo lo splendido terzetto “Se il destino a me t’invola “ fra le pagine più alte ed ispirate del grande catanese. Ottima prova offerta alla prima da Antonino Siragusa ossia Arturo che conferiva presenza scenica e sicurezza nella tessitura un certo piglio e una comunicativa non indifferente, anche se talvolta un po’ sforzato nell’emissione, pur essendo dotato di ottima tecnica. L’Arturo di Shalva Mukeria era invece assai più elegiaco e meno eroico, con un gusto nel fraseggio e con emissione sicurissima in tutti i registri e grande capacità di sfumature. Ruth Iniesta era una Elvira dal timbro non esageratamente personale ma dalla linea di canto sempre sicura e precisa. Mario Cassi delineava un Riccardo giustamente sprezzante più incisivo rispetto a quello di Stephen Gaertner. Alexey Birkus prospettava un significativo Giorgio non meno di Abramo Rosolen mentre Nozomi Kato dava di Enrichetta una discreta interpretazione. Il coro del Verdi offriva un’ottima prova di sé. Vero trionfo alla prima e ottimo successo alla replica del 22 al Verdi di Trieste.

Serse a Lubiana

sabato 3 novembre 2018

Bisogna dare atto al Festival della Valle d’Itria di aver fatto conoscere in Italia Franco Fagioli. Il controtenore argentino vero sbalorditivo esempio di questo “nuovo”registro vocale che tanto affascina le platee di mezzo mondo lirico e in cui l’Italia rimane ancora una volta in secondo piano. Il 20 ottobre infatti al Cankarjev Dom di Lubiana abbiamo avuto il piacere di assistere a un’ esecuzione di notevolissimo livello che a tratti potremmo definire eccezionale di Xerse di Handel. In primis il gruppo Pomo d’Oro diretto da Maxim Jemeljanicev ha ben poco da invidiare ai più celebri ensemble attivi in campo internazionale, sia per bellezza di suono come pure per cura dei dettagli e brillantezza di esecuzione. Raramente abbiamo potuto ascoltare così accurata attinenza stilistica nell’esecuzione di questa raffinata partitura, dove agli ampi cantabili succedono arie spericolate di imprevedibile agilità, ottimamente eseguite dal cast assai compatto . A dispetto dei troppo diffusi detrattori dello star system, le pubblicazioni di incisioni come questa a firma della Deutsche Gramophone, sono importanti per titoli desueti e capolavori operistici che andrebbero altrimenti dispersi. Allo straordinario talento di Franco Fagioli vero mattatore scenico e non solo vocale di un’ esecuzione che avveniva in forma di concerto ma in cui non mancava una mimica ben accentuata da parte di tutti. Soprattutto una vivacità teatrale non sempre riscontrata in tanti allestimenti registici stanchi o al contrario troppo volutamente arditi. Unico appunto l’esecuzione di una partitura in cui ci risultano effettuati alcuni tagli, forse per non oltrepassare le ben tre ore e mezza di esecuzione scenica . Vivica Genaux era Arsamene ancora una volta la prova provata di come si possa essere grandi cantanti anche se non in possesso di un timbro straordinariamente bello. Agilità straordinarie,legato, senso del fraseggio e musicalità autentica in un’artista assai elegante e affascinante anche scenicamente. Vera rivelazione è stato il soprano Inga Kalna come Romilda : in possesso di timbro dal velluto pregiatissimo si è espressa in filati, piani e smorzati dall’eccezionale valore interpretativo e vocale. Discreto è stato pure Biagio Pizzuti come Elviro. Trionfo per tutti in una serata memorabile di autentico belcanto.

Semiramide alla Fenice

martedì 30 ottobre 2018

Nella Rossini renaisssance Semiramide occupa indubbiamente il posto d’onore. E’ questo infatti fra quei titoli che fanno tremare le vene un po’ a tutti. Concepita per Venezia dal cigno pesarese, l’ultima grande opera italiana di Rossini, ha durata di oltre quattro ore nella versione completa e il manoscritto originale è ora esposto nelle dorate sale apollinee del teatro forse più bello al mondo. L’allestimento a firma di Cecilia Lagorio non è di quelli che piacciono ai critici radical chic che vedono drammi socio politici un pò dovunque. L’impostazione registica è un pò qui quella di una tragedia classica in cui la protagonista è vista come una regina implacabile e fredda che svetta nel suo solipsismo assoluto. Poco importa se fra la prima scena e la seconda, quella dell’ombra di Nino per intendersi , sembra esserci poca assonanza. Lagorio sembra credere (una volta tanto) nel dramma rossiniano e non remare contro come spesso avviene. I fastosi costumi di Marco Piemontese forse più delle scene di Nicolas Bovey e dei movimenti coreografici di Daisy Ransom Phillips, corrispondono alle intenzioni della regista. Chi non crede troppo nel impianto musicale classico di quest’opera è invece Riccardo Frizza che tralascia il rigoroso aplomb rossiniano per trasportare le dinamiche in un mondo più moderno e romantico. Alberto Zedda rimane sempre un grande punto di riferimento. Jessica Pratt ha avuto fasi alterne al di là di una non convincente cavatina, ha dimostrato comunque ottima preparazione. Alex Esposito,, cui va riconosciuto un talento scenico di assoluto rispetto nello studio del personaggio potrebbe privilegiare talvolta una maggiore pacatezza. Enea Scala ha dato all’ingrata parte di Idreno accenti autenticamente rossiniani anche se certi passaggi di registro potrebbero essere messi più a fuoco. Prestazione alterna anche per Teresa Jervolino che dopo una cavatina dove sembrava piuttosto affaticata, ha rafforzato la propria prova fino a una grande scena finale . Ottima la resa del coro e dell’orchestra della Fenice in una serata che aveva tutto il tono di un’ inaugurazione di stagione.

Barbiere al ROF

giovedì 16 agosto 2018

Per molti anni il Barbiere di Siviglia è stato il simbolo di ciò che il Rossini Opera Festival aveva sempre voluto combattere : le incrostazioni veristiche antibelcantistiche, l’aspetto macchiett stico,una comicità volgare e esagerata che allontanava dall’originale partitura musicale. Nel belcanto Rossini trova infatti le sue radici più profonde, inoltre a Pesaro si voleva recuperare il Rossini serio quanto di più lontano si potesse immaginare dai lazzi e frizzi di certe libertà parossistiche prese da cantanti di impostazione veristizzeggiante,che alcuni direttori facevano finta di ignorare. Inoltre le precedenti edizioni del Barbiere andate in scena a Pesaro non avevano soddisfatto per altri motivi. Sarà forse per questo che si è ritenuto di affidare al decano Pier Luigi Pizzi la realizzazione di un Barbiere che non possiamo non definire antologico. L’anziano ma sempre valente regista ha infatti affilato le unghie con un allestimento pulito, essenziale e affatto banale. Un fondamentale alternarsi di bianco e nero con costumi eleganti e mai esagerati. Si preferiva affidare la comicità alle situazioni piuttosto che a personaggi macchiettistici da commedia dell’arte come troppo spesso abbiamo potuto tristemente vedere in tanti anni di militanza critica. Partendo da un elegantissimo Maxim Mironov nel ruolo di Almaviva restituito al suo ruolo protagonistico principale in un mirabolante succedersi di belcantismo e di eleganza stilistica, accompagnati da nobile presenza scenica. Vera sorpresa è venuta poi da Davide Luciano un Figaro di assoluta eccezione, non solo nella bellezza del timbro e nella varietà del fraseggio ma nella naturale irruenza giovanile sempre congiunta a un colto rispetto stilistico del canto. Pietro Spagnoli ha ritagliato da par suo un Bartolo di rilievo antologico, paragonabile a quello di molti grandi del passato sia per eleganza purezza di stile e linea vocale agilissima come pochi altri. Aya Wakizono pur non in possesso di un timbro ammaliatore si destreggiava con grande sicurezza nella ardita parte di Rosina banco di prova per molti mezzosoprani.Discreto era poi il Basilio di Daniele Antonangeli. Berta era affidata a una decana come Elena Zilio che ben sapeva trasformare i limiti vocali di uno strumento verso il tramonto,nel migliori dei modi. La direzione di Yves Abel metteva in evidenza le arditezze della partitura rossiniana senza certi protagonismi di bacchette troppo note. Trionfo finale per tutti alla prova generale.

Ricciardo al ROF

martedì 14 agosto 2018

Nell’ormai scarno programma festivaliero italiano il Rof continua a splendere di luce propria. Ricciardo e Zoraide che ricordiamo nella splendida produzione firmata da Luca Ronconi e interpretata da una sfavillante June Anderson al fianco di Bruce Ford viene affrontata quest’anno in una nuova produzione firmata dal canadese Marshall Pynkovski . La direzione di Giacomo Sagripanti e un cast ragguardevole hanno permesso ancora una volta al grande festival di far rivivere il genio del cigno pesarese. Il libretto di Francesco Berio di Salsa che supportò la prima al San Carlo napoletano del 1818 è fra i più farraginosi che si possano ricordare. La musica di Rossini ebbe però tale successo che l’opera fu rappresentata a lungo e con grandi trionfi nell’800. Alcune soluzioni musicali anticipano addirittura il grande Vincenzo Bellini nei Capuleti. Certo i molti recitativi non sempre sono significativi abituati come Rossini ci, ha a una vena melodica inesauribile. L’allestimento di Pynkovski non è così l’asso nella manica di questo prezioso repechage . Il regista ci pone davanti a un’ unica scena che può ricordare un grande e moderno tendone da circo dove i preziosi costumi di Michele Gianfrancesco fanno la parte del leone. Non sembra crederci molto Pynkoski in questa storia d’amore fra i due protagonisti che come raramente succede nel mondo operistico vedono coronato il loro sogno amoroso con un finale non fra i più riusciti del pesarese. La recitazione non è rimarchevole, ma soprattutto lascia spazio a una suite di danze che se non risultano fastidiose in quanto ben musicali, appaiono gratuite e ripetitive nel contesto musicale del dramma. A sostenere il tutto si trovava così la direzione acuta di Giacomo Sagripanti che riesce ad evidenziare i migliori aspetti di una partitura complessa ma non avara di fascinosi chiaroscuri. In primis i tre tenori fra cui l’Ernesto di Xabier Anduaga che pur in un ruolo da comprimario, prospetta un futuro tenorile di prima grandezza per morbidezza di timbro ampiezza di registro e fascino stilistico. Juan Diego Florez che riconoscemmo fra i primissimi a partire dal debutto, continua a conservare la malia di una voce dolce ed insieme agilissima priva di qualsivoglia incrinatura. Ma la vera conferma tenorile è venuta dall’Agorante di Sergey Romanovsky il quale sulla tessitura baritenorile riservata a Nozzari, cesella una prova fra le migliori dell’ultima Rossini Renaissance ,abbinata a una presenza scenica ammaliante. Pretty Yende si distingueva da par sua in una Zoraide dolce e charmante oltre che tecnicamente ferratissima. Anche Victoria Yarovaya aveva al suo arco un timbro brunito e una eleganza vocale non indifferente. Buono anche Ircano di Nicola Ulivieri. Trionfo finale alla prova generale.

Rinaldo in Valle d’Itria

martedì 7 agosto 2018

Il capolavoro handeliano Rinaldo godette di una applauditissima edizione napoletana approntata espressamente per la Napoli del 1711 protagonista il castrato Nicolini . Una moderna lezione, se ci è concesso, a certi direttori d’orchestra moderni che sembrano dimenticare l’importanza che veniva data dagli stessi compositori ai grandi cantanti, vere star dell’epoca. Oggi non ci stancheremo mai di dirlo,, le vere star non sono più i cantanti ma i registi, per cui si va a vedere non il Rinaldo di Handel ma in questo caso quello di Giorgio Sangati. A dire il vero una regia che non disturba in questo caso anche perchè nella maggior parte del tempo latita . Al di là di un ‘ambientazione moderna dove i protagonisti sono imprestati dal contemporaneo ambiente del rock in lotta fra di loro. Sangati non ha timore di introdurre all’inizio una bambina e prima di ogni atto due buoni attori, atti a caratterizzare ancora una volta l’ambientazione napoletana. Il fatto è che manca completamente il gusto della sorpres,a dell’imprevedibilità tipica dell’opera barocca capace di stupire piuttosto che di ricordare la realtà contemporanea. Da parte sua vera protagonista diverrebbe così la compagine orchestrale della Scintilla che dà una lezione di stile e di eleganza non solo con l’uso degli strumenti antichi ma anche con l’attinenza stilistica. Manca alla direzione di Luisi quel senso di abbandono elegiaco e del rubato che nel barocco trovano una delle chiavi di elezione. Non vi è cosi’ quell’inevitabile tensione che sempre è da ricercare in un ‘esecuzione dal vivo, dove alla levigatezza della perfezione di una sala d’incisione è da preferire l’emozione della realtà scenica. Per quanto riguarda gli inserimenti musicali da parte dell’italiano Leonardo Leo lo stile esecutivo è stato perfettamente integrato con quello handeliano. Sul piano vocale particolare apprezzamento dobbiamo tributare a Teresa Iervolino nei panni di Rinaldo che non faceva scenicamente invidiare alcuni controtenori moderni . Anche il piglio scenico di Carmela Remigio nella parte di Armida convinceva pienamente. Non lo stesso possiamo dire del Goffredo di Francisco Fernandez Rueda assai poco splendente. Loriana Castellano erauna decorosa Almirena. Grande successo ed affluenza di pubblico alla prima del 28 luglio a Martina Franca.