Archivio della Categoria 'Opera'

Le Siège de Corinthe a Pesaro

venerdì 25 agosto 2017

Non ci si annoia mai al Rossini Opera Festival. Anche quest’anno contrariamente alle previsioni che vedevano di fatto una sola nuova produzione e l’assenza di vere e proprie star canore. Queste dovrebbero essere in teoria la vera anima di un festival esclusivamente incentrato sulle creazioni rossiniane,ricordiamolo,sempre concepite per grandi cantanti solisti, le  vere e proprie star dell’epoca di composizione. Oggi le star sono invece i registi e il vero richiamo per giornali televisioni e gran parte del pubblico sono loro in tutto e per tutto. Anche se poi i tempi sono fertili produttori di nuove voci giovani e fresche come quelle presentate quest’anno al festival . Fura dels bauls, come si sa, è in campo internazionale fra i più richiesti gruppi registici ed è così che la nuova produzione del monumentale  Siège de Corinthe  è stata affidata al gruppo catalano. Esso ha ritenuto di rappresentare il problema  della gestione dell’acqua comune, come  motivo scatenante di guerre internazionali e di lotte intestine. Uno spettacolo indubbiamente imponente e ad effetto, ma che veniva anche spesso a sembrare assai lontano dalle effettive ragioni musicali della splendida partitura rossiniana, basata sempre sull’esaltazione del bello. Non per niente infatti si venivano ad assaporare le splendide musiche per le danze, finalmente recuperate nella loro interezza ed assai adeguatamente eseguite dall’esperta bacchetta di Roberto Abbado, soprattutto quando era assente ogni movimento scenico. Ad Abbado va ascritto il principale merito di questa notevole esecuzione de” Le Siège”. Diverse volte durante le spettacolo  ci è venuto infatti da pensare come le grandi partiture ben eseguite, abbiano la forza di resistere alle più ardite scelte registiche . Resta comunque la grandiosità di Rossini nell’essere riuscito a realizzare un vero grand-opéra francese di grande eleganza ricchezza e drammaticità pur conservando il proprio carattere melodico tipicamente italiano o meglio rossiniano. L’ Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai ben corrispondeva alla direzione di  Abbado che, pur infortunato al braccio destro riusciva a concertare con sicura tempra anche il buon coro del Teatro Ventidio Basso. Luca Pisaroni è un protagonista Mahomet, spavaldo e arrgoante comme il faut nella scena e nella vocalità sprezzante del suo personaggio . Vera rivelazione è stata poi la acuta e spesso acutissima tenorilità del Neoclés di Serghei  Romanovsky che trova nel registro acuto una sicurezza sbalorditiva e teneri abbandoni in particolare nel meraviglioso “Celeste providence” dipanato con grande sicurezza.  Anche il Cléomene di John Irvin non deludeva affatto. Nino Machaidze è stata  una Pamyra di sicura presa drammatica e saldo impatto anche se certe durezze timbriche e uno scarso fascino nel settore acuto le impediscono abbandoni e trasporto nei momenti più lirici. Trionfo alla prova generale.

Altri canti d’amor

sabato 19 agosto 2017

Più che un chiostro quello di san Domenico è uno scrigno all’interno del quale fin dalla sua prima utilizzazione possiamo dire di aver potuto apprezzare spettacoli sempre di alto livello. Come si sa in questi casi il livello di attesa è sempre alto ed ogni anno il rischio è quello di rimanere delusi anche perché l’esiguità delle possibilità sceniche offerte dallo spazio ridottissimo e la vicinanza con gli artisti è sempre così ristretta da mettere a nudo eventuali carenze.  E’ stato così che il fascino di Monteverdi e dei suoi madrigali in particolar di “Hor che il ciel e la terra” , del Lamento della Ninfa e del Ballo delle Ingrate ha ammantato ancora una volta di prezioso fascino. Plasticità che solo la leggera mano di Antonio Greco riesce a conferire ai solisti del Ensemble Barocco del Festival Della Valle D’itria. Anche la regia di Giacomo Ferraù che si avvaleva delle semplici coreografie di Riccardo Olivier soddisfaceva le esigenze espressive degli arditi sonetti petrarcheschi legati agli eterni temi di vita, morte, amore . Nonostante la tarda ora d’inizio dello spettacolo la rarefatta atmosfera monteverdiana soddisfaceva pienamente il folto pubblico accorso .

La serata si era aperta con l’ illuminante interpretazione delle vivaldiane Stagioni da parte dei Barocchisti diretti da Diego Fasolis che dipanavano le arditezze e i virtuosismi con equilibri armonici e dinamici di assoluta originalità tali da raffigurare colori e nuances quasi inaudite alle nostre orecchie assetate di bella musica. Risplendeva in particolare l’arte violinistica del virtuoso Duilio Galletti nell’esecuzione dei diversi movimenti delle stagioni inframmezzata da arie solistiche tratte da opere vivaldiane più o meno celebri. Spiccava Philipp Mathmann controtenore, che eseguiva con grande eleganza la già citata “Sol da te mio dolce amore da Orlando. Anche Michela Antonucci e Loriana Castellano s. Ammirevole era poi l’esecuzione di” Gelido in ogni vena” da parte di Lucia Cirillo. Grande successo al concerto nell’ampio cortile di Palazzo Ducale.

Orlando a Martina Franca

venerdì 11 agosto 2017

Centralissima è risultata la personalità di Antonio Vivaldi con il capolavoro Orlando Furioso . l’Orlando vivaldiano al contrario della maggior parte dei titoli presentati a Martina Franca non è però una prima esecuzione in tempi moderni ma appare bensì in una versione alleggerita dal regista Fabio Ceresa che presumibilmente per ragioni di tempo, ha tagliato la partitura di alcune arie . Ora possiamo capire che i tempi cambiano e che la fruizione dello spettacolo degli spettatori settecenteschi era ben diversa da quella attuale , ma è anche vero che un festival come quello della Valle d’Itria è nato per restituire l’assoluta integrità alle partiture dimenticate dalla tradizione esecutiva .  Il mettere mano a un libretto, fatto peraltro già perpetrato altrove da certi registi , può essere l’inizio di una pericolosa moda che si trova proprio all’antitesi dello spirito di un festival come quello martinese. Detto questo dobbiamo riconoscere che il lavoro registico del giovane milanese non nuovo al festival della Valle d’Itria, non ha mancato certo di attrattività, nella concezione generale dello spettacolo con le imponenti scene di Massimo Checchetto e i ricchi costumi di Giuseppe Palella, che conferivano all’insieme quell’innegabile fascino barocco in cui la suadente musica di Vivaldi non mancava certo di introdurci. Diverso il discorso sulla gestualità, che nell’intenzione di apparire più leggera e graziosa in una certa tradizione settecentesca, toglieva invece agli eroici personaggi  concepiti dall’Ariosto, quell’aura coturnata indissolubile. Essa  accomuna tutti e risplende nelle più intime fibre della partitura vivaldiana che non può assolutamente essere contaminata. I Barocchisti diretti da Diego Fasolis costituivano da soli una vera e propria attrattiva, autenticamente barocca così come ci siamo abituati ad apprezzare da diversi anni . Il gesto deciso ma insieme leggero di Fasolis dipanava con magistrale eleganza l’ensemble di cui ogni elemento risultava come un vero e proprio solista pur nella meravigliosa fusione dell’insieme . Il cast era  discreto anche se privo di quei motivi di grande virtuosismo ed éclat indissolubili. In primis l’Orlando di Sonia Prina pur avendo dalla sua una solida tecnica e uno stile indubbiamente belcantistico, doveva fare i conti con il trascorrere degli anni e con una certa usura vocale, che non le impediva comunque di ritrarre interpretativamente un solido personaggio in particolare nella scena della pazzia. Assai positiva poi la non prevista presenza del controtenore Luigi Schifano nella parte di Ruggiero, ,che ci ha riservato il momento più toccante dell’intera serata eseguendo magistralmente “Sol per te mio dolce amore”. Angelica di Michela Antenucci era di buon livello, come pure l’Alcina di Lucia Cirillo, senza fissare comunque un segno significativo nella memoria dell’’ascoltatore.  Il Medoro di Konstantin Derri lasciava piuttosto a desiderare a causa del leggerissimo spessore vocale. Discreto il Bradamante di Loriana Castellano. Palazzo Ducale gremito e gran successo finale.

Margherita in Valle d’Itria

domenica 6 agosto 2017

Il melodramma semiserio  in due atti Margherita d’Anjou di Giacomo Meyerbeer sembrerà strano a dirlo,  ma non era mai stato rappresentata in tempi moderni.  Il mercato discografico gli ha dedicato un ‘edizione completa firmata dall’inglese Opera Rara risalente a qualche anno fa. L’opera concepita e realizzata per il Teatro alla Scala ebbe molto successo a partire dal 1820 e sarebbe stato proprio il caso che il massimo teatro milanese non si perdesse l’occasione di riprendere un tale importante titolo,  piuttosto che eseguire troppo spesso opere di repertorio popolare.  Il personaggio della  celebre sovrana , al centro della non meno celebre Guerra delle due rose, non è forse la principale figura vocale del melodramma semiserio del grande autore francese precursore del grand-opéra, visto che sia il ruolo del Duca di Lavarienne come pure quello di Michele Gamautte, sono da ascriversi come protagonistici. Margherita è indubbiamente risultata la proposta chiave di quest’anno al 43 esimo  Festival  della Valle d’Itria, che personalmente abbiamo l’onore e il piacere di seguire fin dal lontano 1991, a dispetto dello scorrere del tempo. L’allestimento a firma di Alessandro Talevi non ha mancato di generare contrasti vista la scelta spavalda  di ambientare l’azione prima in una moderna casa di mode e poi all’interno di una non meno moderna Spa ,invece che nel 1400. La trasposizione operata dal Talevi non ha però alterato i rapporti fra i personaggi, che si sono mantenuti sempre coerenti  senza modificare la drammaturgia del libretto di Felice Romani per la verità piuttosto complicato e poco leggibile in una prima visione.  Anche le scene e i costumi di Madeleine Boyd ben significavano le intenzioni registiche non meno delle coreografie di Riccardo Olivier. La raffigurazione scenica e la caratterizzazione ad esempio del personaggio di Gamautte sono apparse perfettamente calzanti come pure quella del Duca di Lavarienne. Sul piano musicale il sicuro approccio di Fabio Luisi alla testa dell’Orchestra Internazionale d’Italia non poteva dare altro che grande sicurezza e tenuta sotto ogni punto di vista, anche se forse qualche dinamica e qualche colore in più non sarebbe stato sgradito. Vera rivelazione la spavalderia tenorile di Anton Rositskiy che ha del tenore rossiniano più spericolato, tutte le caratteristiche nell’impervia tessitura vocale e un discreto colore brunito nella zona centrale . Una vocalità di sicura presa  da non trascurare in futuro. Isaura di gaia Petrone è stata forse l’altra sorpresa di questa produzione: bel timbro scuro e incisività nel fraseggio. Marco Filippo Romano come Gamautte ha costituito un notevole punto di interesse, per la naturale e prorompente vena comica. La parte di Margherita affidata a Giulia De Blasis mancava forse di quel fascino che ci si aspetta da una cosiddetta bella voce con il  timbro morbido e pastoso. Buona la prova del Coro del Teatro  Municipale di Piacenza . Buon successo di pubblico affluito in massa alla recita del 2 agosto.

Sonnambula al Verdi di Trieste

martedì 9 maggio 2017

La semplicità dei grandi. L’essenzialità del genio di Vincenzo Bellini sta molto in questo fondamentale concetto che si dispiega ampiamente nel capolavoro belliniano andato in scena nei giorni scorsi al Verdi di Trieste con grande successo . L’opera che non andava in scena a Trieste da una decina d’anni è stata presentata in un allestimento del teatro Petruzzelli di Bari con la regia di Giorgio Barberio Corsetti e le scene e i costumi di Cristian Taraborrelli. Si trovava proprio nell’aspetto scenico il punto forte di questa produzione , nella semplicità di questa visione fanciullesca dove da una parte il gioco infantile sfociava in visioni marionettistiche, dall’altro i pochi elementi scenici come un grande letto o una enorme cassettiera, volevano rappresentare il divario fra il mondo infantile e la realtà . Del resto visto che il mondo della protagonista Amina è più vicino al sogno che alla realtà, la visione registica ci può ben rientrare a pieno titolo. L’aspetto musicale riservava invece qualche considerazione più complessa . Da un lato la direzione di Guillermo Garcia Calvo agevolava quasi sempre le prove dei cantanti tenendo spesso l’orchestra ai minimi possibili , dall’altro la resa drammatica veniva quindi talvolta a mancare. Bene la prova dell’orchestra mentre Il coro del Verdi appariva poco consistente nelle voci gravi, maschili in particolare. La protagonista Alessandra Kubas-Kruk pur non in possesso di un bel timbro vellutato e morbido come sarebbe richiesto, ben si disimpegnava nelle ardite tessiture vocali. Avremmo apprezzato un maggior scavo del personaggio nei recitativi e in generale nella difficile arte del recitar cantando. Una prova comunque positiva nel suo insieme. Meno convincente invece Bogdan Mihai come Elvino che in possesso di mezzi vocali non molto persuasivii tendeva un po’ troppo spesso a “sbiancare”nel settore acuto della tessitura . Linea di canto comunque adatta al personaggio nobile- amoroso. Ottima la prova della Lisa di Olga Dyadiv. Il Conte Rodolfo di Filippo Polinelli appariva poco incisivo e autorevole. Grande successo per tutti alla prima.

Lucia alla Fenice

domenica 7 maggio 2017

Il capolavoro donizettiano, un tempo cavallo di battaglia dei maggiori belcantisti in circolazione sulle scene internazionali non sfugge , come un pò tutto il teatro d’opera  di oggi, al gioco dei registi più in voga . Francesco Micheli  giovane ma non più solo un debuttante, presenta una sua versione di Lucia di Lammermoor  ambientata agli inizi del secolo con grandi mobili antichi di famiglia, ma soprattutto incentra la figura di Enrico, il baritono, fratello di Lucia e artefice dell’inganno alla base del quale si muove tutta la vicenda che genera la pazzia di Lucia e la fine dell’amante Edgardo.  Interpretazione personale  questa che stravolge un po’ la centralità della protagonista che, tradizionalmente vittima della sua pazzia, si vede costretta  a uccidere il suo sposo e poi  anche se stessa. In verità Micheli pone l’accento sul tragico e incombente peso che affligge tutta la famiglia: i beni, il mantenimento dello status sociale ed economico che impediscono a Lucia di amare Edgardo. La passione che accende quindi i due amanti viene sopita dalle costrizioni sociali e questo può essere certo una chiave di lettura del dramma di Donizetti. Nell’insieme una visione tragica quella di MIcheli che non scontenta i due grandi partiti degli appassionati d’opera : quelli attaccati alla tradizione e chiusi al nuovo e quelli del modernismo e dell’attualizzazione scenica tutti i costi. Ben lontana ad esempio da certi eccessi quali quelli della celebre versione di  André Serban andata in scena già nel 90 all’Opéra de Paris. La direzione orchestrale di Riccardo Frizza pur andando incontro alle esigenze dei cantanti ci è apparsa spesso scegliere tempi piuttosto ampi e non sempre mantenere la tensione necessaria all’azione. In più alcune dinamiche risultavano un po’ forzate.  Apprezzabile la riapertura dei tagli e dei da capo.  Nadine Sierrra la protagonista pur non in possesso di un timbro particolarmente gradevole, dimostrava non solo perizia tecnica e vocale nelle agilità ma anche immedesimazione nel personaggio . Francesco Demuro giovane e ardito come Edgardo si destreggiava con buona tecnica ed aristocratica emissione, in un ruolo di grande impegno vocale ed interpretativo. Markus Werba come Enrico risultava un pò al di sotto delle aspettative vista la centralità del personaggio conferita dalla regia. Ottima la prova del basso Simon Lim.  Grande successo in un teatro stracolmo alla pomeridiana del 29 aprile.

Gina al Malibran di Venezia

mercoledì 1 marzo 2017

Gina di Francesco Cilea è forse una chicca per appassionati estimatori di partiture, piuttosto che un capolavoro dimenticato e ora riscoperto. Possiamo annoverarci  fra i pochissimi fortunati che hanno assaporato la prima ripresa di Gina nel novembre del 2000 al Teatro Rendano di Cosenza con la regia di Italo Nunziata e la direzione di Christopher Franklin . Sarà proprio per questo che ci siamo nuovamente recati al Teatro Malibran di Venezia per rivedere il “melodramma idillico in tre atti “ su libretto tratto dalla commedia francese di Brazier e Melesville” Catherine ou La Croix d’or”. L’allestimento veneziano a firma di Bepi Morassi mantenendosi su una linea di discreta e corretta descrittività, dipanava la esile trama del libretto di Enrico Golisciani con buona professionalità pur non arrischiandosi su terreni di particolare originalità registica. Asso portante di questa produzione era soprattutto la bacchetta di Francesco Lanzillotta, giovane direttore che sosteneva la partitura non modernissima e innovativa all’epoca della prima rappresentazione, ma comunque assolutamente non priva di gusto e inventiva musicale , ben lontana dal verismo che si andava ormai delineando in quell’epoca. A dire il vero anche il Cilea della produzione più matura si sarebbe comunque tenuto al di fuori da certe tinte fosche come quelle di Giordano o di Mascagni e quest’opera sembra già dare una sorta di presagio di tale tendenza . Arianna Vendittelli protagonista chiamata a una tessitura piuttosto centrale, doveva poi disimpegnarsi in una sorta di valzer, la cui coloratura era impegnativa ma ben risolta . Buona la prova del tenore Alessandro Scotto di Luzio anche se il ruolo a lui riservato nell’opera non è di prima grandezza. Anche la calda vocalità dell’Uberto di Armando Gabba non mancava certo di fascino.Valeria Girardello alias Lilla si dimostrava ottimo contralto. Non felici invece le note per il Flamberge di Claudio Levantino assai poco a fuoco vocalmente. Le scene e i costumi dell’Accademia di Belle Arti di Venezia ben corrispondevano con la firma di Francesxo Cocco e i costumi di Francesca Maniscalchi. Ottima la prova dell’Orchestra e del coro della Fenice.  Il successo  non è certo mancato alla replica.

Tannhauser alla Fenice

mercoledì 8 febbraio 2017

Realizzare Tannhauser è una vera e propria sfida per qualunque teatro. In primis per la scelta della versione da eseguire sempre spinosa in quanto Wagner stesso non scelse mai una vera e propria fra le due principalmente in uso. Alla Fenice si è scelto di fare un mix delle due cioè a dire quella di Parigi per il primo atto e quella di Dresda per il secondo e il terzo. Si è poi voluto rischiare da un certo punto di vista affidando la regia all’enfant terrible della regia internazionale Calixto Bieito che a dispetto di una certa innegabile genialità raccoglie spesso non pochi dissensi non solo di pubblico ma anche di parte della critica poco propensa a calarsi in una qualsivoglia introspezione analitica della drammaturgia dell’opera. Da parte nostra e del tutto modestamente possiamo dire che chi si aspettava una regia dirompente e particolarmente trasgressiva è rimasto deluso. Piuttosto sottile invece ma sempre ben calibrata nei momenti chiave dell’opera con una gestualità tutt’altro che casuale ma sempre calzante . Tannhauser in questa visione registica è sempre a disagio sia con Venere nel primo atto come pure con Elisabeth . altro punto di personale originalità registica è la non eccessiva differenziazione fra Venere ed Elisabeth di solito particolarmente marcata. Wolfram il personaggio solitamente e totalmente positivo nelle intenzioni wagneriane ha qui invece impulsi violenti nei confronti di Elisabeth. Ciò che convince infine è la catarsi finale in cui Tannhauser perisce nel conflitto fra amor profano e amor puro: l’eterno dissidio non può infatti esistere essendo nella natura umana entrambe le componenti. L’orchestra del Teatro La Fenice veniva diretta con perizia dal giovane Wellber che alleggeriva la ricca orchestrazione wagneriana evidenziando piuttosto le linee melodiche ancora di stampo melodico italiano. Il cast vedeva in Paul McNamara un Tannhauser in crescendo se un po’ in difficoltà nel primo atto più a suo agio nel terzo. Poco convincente la vocalità di Ausrine Stundyte mentre assai appagante quella di Liene Kinca pastosa e ricca nella sua bella tessitura. Vero asso nella manica era invece il Wolfram di Chistoph Pohl sia scenicamente che vocalmente. Il coro della Fenice offriva una prova assai alterna durante il corso dell’opera .

Samson al Regio di Torino

lunedì 21 novembre 2016

Se esiste un ‘opera sensuale questa è Samson et Dalila di Camille Saint-Saens. Preoccupante l’intestazione del libretto che titola invece Sansone e Dalila in italiano! Preludio a un ritorno alle traduzioni italiane ? Speriamo proprio di no soprattutto da parte del torinese Teatro Regio che della lingua francese dovrebbe essere l’alfiere in Italia .Tantopiù che il libretto di Ferdinand Lemaitre non solo è più che pregevole, ma costituisce una vera eccezione rispetto a tanti testi di poco pregio anche nel repertorio francese. Il nuovo allestimento firmato da Hugo de Ana in collaborazione con il China National Centre for the Performing Arts deve evidentemente fare iconti con i tempi e con i gusti degli sponsor. L’ampia descrittività che caratterizza ogni produzione del grande regista argentino è sempre presente, anche se qui non  vi sono quelle grandi macchine semoventi che avevamo precedentemente ammirato.   Persino la qualità dei tessuti dei costumi non sono sembrate all’altezza della situazione che dovrebbe rappresentare il massimo sfarzo della corte dei filistei. Rimane comunque un allestimento imponente e non privo di certe atmosfere influenzate da influsso e gusto cinese hanno. Le coreografie di Leda Lojodice ben esprimono le cupe ma insieme sensuali e spesso anche inquietanti sensazioni di Saint- Saens. Da sottolineare in primis l’ottima direzione di Pinchas Steinberg alla quale dobbiamo ricondurre l’effettivo successo della produzione . La direzione coesa attenta nei numerosi momenti di insieme sapeva sostenere i cantanti come la Barcellona spesso in difficoltà, lasciando le voci in primo piano senza affossarle con la grande orchestra prevista dall’autore. Grande varietà di colori in una tavolozza densa di ansia e ineluttabilità.  Il direttore riesce a conferire all’orchestra anche il grande fascino di arie come “Mon coeur s’ouvre à ta voix”, che purtroppo la corretta Barcellona non riesce a rendere dal punto di vista interpretativo, ma puramente vocale. Manca infatti la ricchezza e la pastosità del medium . Diverso il discorso per Gregory Kunde che ogni volta che abbiamo il piacere di ascoltare in un ruolo nuovo dobbiamo ammettere superare  se stesso: recitativi, arie, acuti messe di voce smorzati, ricchezza di timbro fanno pensare a un Samson ideale come non se ne ascoltava da tempo . La corposità del registro centrale e la drammaticità del colore quasi baritonale fanno pensare ai grandi del passato mentre l’intatto squillo tenorile riporta l’ascoltatore al grande tenore rossiniano di brillantissima carriera. Claudio Sgura nella parte di Dagon ha dato un ottima prova vocale e interpretativa. Ottima la risposta del pubblico in una sala esaurita.

Zauberflute a Padova

giovedì 3 novembre 2016

Se il singspiel mozartiano Flauto Magico non fa certo parte della tradizione operistica dei nostri nonni , sono ormai molteplici gli allestimenti apparsi in questi ultimi anni sulle scene italiane più o meno prestigiose. La produzione in scena a Padova al teatro Verdi pur senza pretese di straordinaria imperdibilità aveva la sua ragion d’essere. La regia di Federico Bertolani che si avvaleva delle semplici scene di Giulio Magnetto e dei costumi di Manuel  Pedretti si basava su un adattamento moderno ma non fastidioso del capolavoro mozartiano. Se infatti vi è un libretto al di fuori del tempo che si lascia facilmente estrapolare è proprio quello di Emanuel Shikaneder. In più pur essendo la maggior parte dei ruoli vocalmente temibili hanno la caratteristica di poter essere quasi sempre affidati a cantanti giovani. Come si sa la tematica dei buoni contro i cattivi è alla base di ogni fiaba e qui Bertolani schiera in una moderna città metropolitana da una parte poliziotti, dall’altra bande di alternativi più o meno punk. Del resto già la dicitura originale del personaggio della Regina della Notte sembra fatta apposta per scatenare la fantasia di un moderno regista. Il singspiel mozartiano, nonostante l’altezza dell’ispirazione e della costruzione musicale che sfiora il sublime dall’inizio alla fine, riesce a coinvolgere anche i bambini presenti in sala. Nel caso della replica di domenica scorsa si sono dimostrati molto più educati ed attenti di molti adulti evidentemente ben poco adusi ad assistere ad uno spettacolo lirico (non più di tre ore intervallo compreso). Non trascurabile era infatti la cura nelle parti recitate che ben descrivevano l’azione. Il giovane ma esperto direttore Giuliano Betta al di là di un certo qual volume orchestrale un po’ soprastante ben conduceva Orchestra di Padova e del Veneto con il coro Lirico Veneto non molto soddisfacente. Regina della Notte era Christina Poulitsi non più che sufficiente vocalmente e assai poco interpretativamente. Assai più interessante Ekaterina Sadovnikova alias Pamina. Tamino era un discreto Fabrizio Paesano chiamato a  sostituire il previsto Paolo Fanale. Wihelm Schwinghammer era un Sarasto piuttosto alterno nella resa come pure il Papageno di Johen Chest in possesso però di un bel timbro. Sala esaurita e buon successo di pubblico.