Archivio della Categoria 'Home'

Gala des Etoiles alla Fenice

venerdì 27 luglio 2018

Fra le tante deformazioni imposte da certa intellighenzia radical chic vi è senza dubbio il disinteresse nei confronti dei gala des ètoiles così amati dal pubblico che affolla i teatri di tutto il mondo. Quello della Fenice a cura di Daniele Cipriani andato in scena la scorsa domenica ha riservato non poche sorprese. Di grande fascino il duetto iniziale Adagietto su coreografie di Neumeier nella sensualissima interpretazione di Silvia Azzoni e Alexander Ryabko che ci sono invece piaciuti assai meno nella seconda parte in DonGiovanni sempre di Neumeier. Assai convincente Sergio Bernal in Farmaca del Molinero .Lucia Lacarra e Marlon Dino davano del primo pas de deux del Lago dei cigni una toccante interpretazione, come pure nella seconda parte di Spiral Twist di Russell Maliphant. Meno charmant era invece Liudmila Konovalova nell’ ultimo pas de deux della Bella Addormentata con un valido Denis Rodkin. Più calzante nel Cigno Nero interpretato in seguito. Sensualissimi Maria Shrinkina e Vladimir Shklyarov in Spartacus e decisamente sfavillanti nel Corsaire che chiudeva la serata . Vera rivelazione è stato invece Damil Simkin accompagnato da Tatiana Melnik prima nel Don Chisciotte poi da solo in Bourgeois di Ben Cauwenbergh . In questo danzatore l’eccezionale tecnica è legata a doti fisiche pressoché uniche. Anche Sergio Bernal nella coreografia del Cigno di Ricardo Rue convinceva in una rivisitazione della classica Morte del Cigno di tradizione. Gran successo di pubblico per tutti.

Traviata al Verdi di Trieste

mercoledì 4 luglio 2018

Concludeva la stagione del Verdi di Trieste la nuova produzione di Traviata di Giulio Ciabatti accolta alla prima da un notevole successo di pubblico. Da parte nostra possiamo dire che trattasi di uno spettacolo classico, tradizionale,di concezione piuttosto antica.  Può andare benissimo per chi non è solito frequentare il teatro lirico, ha letto il libretto, e vuole ritrovare in teatro ciò che ha scritto il librettista. Il che non è poco. Una scena ben lontana da quelle minimaliste, attualmente in voga ma neanche troppo ricca e lussuosa secondo Zeffirelli o altri registi  tradizionali. La concentrazione del critico era dunque rivolta al lato musicale e a dire il vero non ce ne siamo affatto dispiaciuti. L’orchestra appariva in buona forma sotto le cure di Pedro Halffter Caro, pur non avendo una tavolozza dinamica ricchissima. Il direttore faceva risultare la partitura verdiana con eleganza ma senza quel dettaglio dell’arte del recitar cantando segreto ormai di pochi direttori di tradizione. La protagonista Gilda Fiume pur non in possesso del phisique du role dipanava in ogni sua parte l’impegnativa tessitura di Violetta senza alcuno sforzo. Siamo certi che con la maturità riuscira’ anche a dare alla sua Violetta uno spessore interpretativo di tutto interesse. Il tenore Luciano Ganci è stato un Alfredo di sicura affidabilità e calore passionale . Meno convincente sul piano strettamente vocale Filippo Polinelli come Germontparte scritta da Verdi con grande attenzione e che spesso risolleva le altalenanti prestazioni dei colleghi.. Buoni anche i comprimari e il coro.

Italiana in Algeri al Verdi di Trieste

giovedì 31 maggio 2018

Con la rossiniana Italiana in Algeri il teatro Verdi di Trieste ha ancora una volta vinto una sfida. Banco di prova un pò per tutti coloro che vi si cimentano. In primis con la brillante direzione di Georges Petrou che ha saputo sfoderare fino dall’ouverture le migliori caratteristiche dell’orchestra triestina in termini di compattezza ma anche di abbandono elegiaco come pure di sfumature e legati. Raramente ci è stato dato di ascoltare a Trieste e soprattutto un direttore giovane ancora non così conosciuto come meriterebbe, anche se in possesso di un curriculum discografico di tutto rispetto. La regia di Stefano Vizioli si è mantenuta su un’ opportuna aurea mediocritas, nel senso che pur non volendo restare nella vetusta tradizione ha saputo rinnovare con variopinte scene di ispirazione pop. Si è dimostrato così come con l’aiuto di brillanti scene e costumi la prorompente energia comica rossiniana non necessita di cadute di gusto quali quelle viste in tanti allestimenti pieni di eccessive gags. Detto questo il cast vocale aveva al suo arco una protagonista di tutto rilievo quale Chiara Amarù, un’Isabella dalla voce pastosa ricca, dall’emissione sempre morbida mai sforzata e dalla delicatezza e garbo belcantisticamente rossiniani. Ha avuto un successo personale Antonino Siragusa nella parte di Lindoro, meritatissimo ed è stato sulla sua vocalità arrogante e spericolata comme il faut, che si basava molto del successo dello spettacolo . Ancora una volta a dimostrazione dell’inutilità di certe regie parossisitiche. Sono i personaggi stessi che creano la comicità spesso e volentieri. Nicola Ulivieri come Mustafà convinceva per aplomb e stile ma gli mancava forse un filo di spessore vocale. Al Taddeo di Niccolò Ceriani non mancava né qualità né disinvoltura scenica. Buoni anche gli altri del cast. Gran successo alla prima.

Il mondo della luna al Malibran

lunedì 28 maggio 2018

Il teatro alla Fenice è da sempre culla di chicche più o meno pregevoli. Il regno della luna di Niccolò Piccinni non è infatti un titolo noto neppure agli appassionati di rarità quali possiamo essere noi critici o melomani . Il fatto di rappresentarli al Malibran e di rivolgersi in particolare ai giovanissimi quali i ragazzi delle scuole superiori è senza dubbio una sfida vinta. In un teatro tutto esaurito con inizio alle 11 di mattina abbiamo potuto infatti constatare l’assoluto interesse con cui i ragazzi hanno assistito a uno spettacolo per la verità non ricco di musica neppure densa di melodie orecchiabili ma piuttosto di recitativi. Ben lontana dal mondo della luna di goldoniana memoria quella di Piccinni, che risale al 1770 , nell’edizione rappresentata negli scorsi giorni al veneziano Malibran. Sotto la direzione di Giovanni Battista Rigon l’opera appariva infatti un po’ svuotata di arie e sbilanciata in favore dell’azione scenica peraltro abbastanza piacevole nella conduzione registica di Davide Garattini Raimondi. L’ambientazione anni 70 risultava per una volta perfettamente calzante e affatto fastidiosa. Se anche la gestualità dei giovani cantanti fosse stata un po’ più originale e meno scontata il gioco scenico sarebbe stato più appassionante. L’Orchestra barocca del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia nulla aveva da invidiare a certe orchestre di teatri lirici. La direzione di Rigon appariva più che discreta per una prima rappresentazione in tempi moderni dove non ci possono essere troppi punti di riferimento interpretativi. Nel cast si distingueva l’agile vocalità di Dahee Min nella parte di Astolfina . Ottimo successo di pubblico nella recita del 18 maggio.

Orlando di Vivaldi al Malibran

mercoledì 2 maggio 2018

Non paghi dell’Orlando gustato quest’estate a Martina Franca nell’ambito del festival della Valle d’Itria , ci siamo recati il 21aprile scorso al Malibran di Venezia ad assaporare l’ultima recita di questo capolavoro vivaldiano che la Fenice ha allestito in collaborazione con il festival pugliese. Dobbiamo dire che seppure ogni spettacolo d’opera vive in ogni spazio diverso in maniera autonoma le osservazioni di base rimangono più o meno quelle rilevate nel luglio scorso per cui rimandiamo il lettore . In primis è risultata ancora più centrale e convincente l’interpretazione orchestrale di Diego Fasolis e dei Barocchisti che racchiusi nel contenuto ma acusticamente perfetto spazio del Malibran permetteva all’orecchio di soffermarsi su tutte quelle dinamiche sfumate e quei colori che all’aperto possono sfuggire. In particolare nel caso della protagonista Sonia Prina dalla sicurezza e dal fascino interpretativo indiscutibile. Il contralto riusciva a fare dell’innegabile usura vocale un motivo di fascino interpretativo personale. Carlo Vistoli come Ruggiero aveva dalla sua probabilmente uno fra i momenti più toccanti dell’intero spettacolo quello con il flauto traverso obbligato . il Medoro del controtenore Raffaele Pe non risultava sempre perfettamente a fuoco nell’emissione e nell’intonazione. Angelica era una convincente Francesca Aspromonte. Forse un po’ piu decisa che a Martina la Alcina di Lucia Cirillo. Bradamante era una leggiadra Loriana Castellano. Ovazioni finali per tutti compreso il coro della Fenice.

Spontini al Malibran

lunedì 12 febbraio 2018

Fra le chicche presentate negli ultimi tempi dal Teatro alla Fenice “Le metamorfosi di Pasquale” di Gaspare Spontini non è passata certo inosservata né a noi né all’attento pubblico veneziano che ha affollato il raffinato Teatro Malibran nel cuore del capoluogo veneziano. La farsa in un atto è stata ritrovata nelle Fiandre nel 2016 insieme ad altri tre manoscritti. Fin dall’ouverture abilmente diretta dal giovane maestro Gianluca Capuano si ha modo di assaporare il consistente tessuto orchestrale della partitura che ben si allontana da quello tradizionale del settecento napoletano. Più che le indimenticabili melodie è infatti la struttura armonica che colpisce, anche se paragonata alle opere di Rossini, si può ben capire il motivo dell’oblio per tanto tempo. La produzione veneziana a firma di Bepi Morassi ha però convinto per appropriatezza di stile e per una certa mano sicura nel saper rendere le situazioni comiche . Difficile ritrovare però originalità e spessore interpretativo in personaggi che appartengono più alla tradizione che all’originale vena di Spontini, ben più noto per le sue opere tragiche composte negli anni seguenti all’estero. Concentrandoci sull’aspetto musicale non ci sono sfuggite le belle linee vocali di Irina Dubrovskaya alle prese con una scrittura per niente semplice . La cantante russa è riuscita a rendere con gusto e stile una Lisetta più che degna. Ben reso anche il Marchese di Giorgio Misseri a suo agio in una scrittura rossinianamente ardita. Pasquale era Andrea Patucelli discreto sia scenicamente che vocalmente. La scuola dell’accademia di Belle Arti di Venezia ha ottimamente collaborato con scene e costumi alla riuscita dello spettacolo che ha avuto notevole consenso di pubblico alla recita domenicale cui abbiamo assistito.

Trovatore a Trieste

martedì 30 gennaio 2018

Il trovatore è l’opera italiana romantica per eccellenza anche se alcuni puristi germanisti ammettono questa definizione solo per opere tedesche come quelle di Weber e poi di Wagner. Nell’immaginario collettivo vi è infatti il soprano che ama il tenore ,amore poi contrastato dal baritono. Il finale è quasi sempre una tragedia . In tutto questo quadro Trovatore vi rientra perfettamente. L’allestimento del teatro sloveno di Maribor a firma di Filippo Tonon, non aveva troppe pretese ma non era neppure fastidioso come oggi accade ormai spesso con registi poco rispettosi dei testi . Tonon, che firmava anche scene e luci, cadeva però troppo spesso in una gestualità antica e desueta. Adeguati invece i costumi di Cristina Aceti. Giocoforza l’attenzione si concentrava dunque sull’aspetto musicale che, tutto sommato si manteneva su un livello discreto e superiore a quello di tanti teatri di maggior spicco internazionale . La direzione di Francesco Pasqualetti pur non essendo di grandissimo rilievo, ben adattava l’orchestra alle reali esigenze dei cantanti. Si sarebbe apprezzata una maggiore cura nella riapertura dei numerosi tagli e in particolare dei ballabili che nel Trovatore hanno un senso più che significativo. Ottimo protagonista è stato Antonello Palombi dall’ampia e squillante vocalità tenorile. Anche la Leonora di Marily Santoro pur di un colore vocale un po’ leggero per la parte, si distingueva per linea di canto agile e intonata oltre che ben colorita. Il Conte di luna di Domenico Balzani si faceva ben valere anche se non troppo corposo nei centri. Milijana Nikolic era invece una Azucena convincente anche se un po’ generica nell’impostazione interpretativa . Ottimo scenicamente e vocalmente il Ferrando di Vladimir Sazdovski. Di rilievo anche la prova del coro del Verdi che quasi mai delude. Trionfo per tutti alla prima.

Giselle al Verdi di Trieste

giovedì 4 gennaio 2018

Il repertorio ballettistico classico è abbastanza ridotto se consideriamo che i titoli sono al massimo una trentina. Giselle di Adolphe Adam su coreografie di Coralli e Perrot risulta da sempre nei teatri di tutto il mondo ai primissimi posti non solo per numero di rappresentazioni ma anche per varietà di allestimenti più o meno tradizionali. Sta indubbiamente nella grande semplicità di ispirazione e anche nella freschezza dell’esecuzione il segreto del più eseguito fra i balletti romantici del primo Ottocento. Chi scrive non può infatti dimenticare di aver assistito al Verdi di Trieste nel lontano 1979 a una recita in cui Anna Razzi interpretava il ruolo principale con una pregnanza e una drammaticità assolute non certo inferiori a quelle della molto più conclamata Carla Fracci personaggio popolare ma non sempre eccelso nella tecnica. L’allestimento di Rafael Avnikjan del Teatro Nazionale di Maribor si rivelava assolutamente classico nella tradizione senza essere vetusto o polveroso come potrebbe apparire a noi vecchi appassionati di danza classico accademica . Le belle scene di Juan Guillermo Nova e i costumi di Luca Dall’Alpi pur non dicendo niente di nuovo e di molto personale, ben descrivevano il tragico tema del testo di Théophile Gautier. Il problema di questo allestimento consisteva piuttosto nella precipitosissima direzione orchestrale di Simon Robinson che dei tempi della danza sembrava avere un ‘idea assai vaga costringendo gli esecutori a una folle corsa tutt’altro che comprensibile per un balletto romantico di primo Ottocento. La fretta non era affatto una caratteristica romantica ! i deliri nevrotici fanno parte del secolo ventesimo non certo del diciannovesimo ci verrebbe da dire. Il corpo di ballo sia maschile che femminile ha ben espresso sia nel primo atto come nel secondo lo stile a tratti preromantico del balletto di Adam .Giselle era Yui Sugawara di origini evidentemente asiatiche dal fisico armonioso ma dal volto non sempre così espressivo come la grande scena della follia nel primo atto richiederebbe. Ben altro lo spessore interpretativo dell’Albrecht di Constantine Allen vero danseur noble, ma anche intenso nella profondità drammatica . Sytze Jan Luske era un credibile Hilarion come pure discreta la Myrtha di Olga Hartmann Marin. Il pubblico accorso in una data particolare come quella del 27, fra Natale e Capodanno, ha gradito calorosamente l’agile allestimento sloveno .

Onegin al Verdi di Trieste

martedì 28 novembre 2017

Evgenij Onegin ha inaugurato il Verdi di Trieste con grande successo il 17 novembre scorso. Apprezzabilissima la scelta di un grande titolo,dall’omonimo romanzo di Alexander Puskin, quale quello del capolavoro ciaikovskiano che pur essendo fuori dai soliti titoli di repertorio non è ancora perfettamente inserito nei teatri italiani. Grande afflusso di pubblico anche all’ultima recita quella del giorno 25, alla quale abbiamo assistito. Ottima la direzione di Fabrizio Maria Carminati che, provenendo da una solida tradizione belcantistica non ha affatto accentuato quei roboanti effetti tardo romantici di cui tanti direttori di tradizione sono troppo spesso generosi . Mancava però talvolta il senso della teatralità nei finali delle scene, giusto a segnare l’ ineluttabile tragicità ciaikovskiana. In più Carminati conferiva sempre quel senso della cantabilità che trova nel belcanto la sua migliore caratteristica. Valeria Mastrangelo era una Tatiana di ottima presa vocale ma anche di un certo fascino interpretativo, mai sforzata e sempre accorata. Anche il Lenskij di Catalin Toropoc aveva il suo fascino in un’ interpretazione dai toni profondamente scuri e sentiti anche nell’evoluzione psicologica del personaggio. Il Lenskij di Tigran Ohannyan dopo una prima parte non troppo convincente, soddisfaceva nella splendida aria prima del fatale duello. Bella anche la brunita vocalità di Olga ossia Anastasia Boldyreva . il principe Gremin di Alexey Birkus non solo era valido teatralmente ma anche vocalmente. Buone nell’insieme anche le parti secondarie. Diverso purtroppo il discorso per l’allestimento dell’Opera di Sofia di cui non solo non si sentiva affatto la necessità ma che appariva assai modesto in ogni suo aspetto, partendo dalla banalità e scontatezza della concezione. Un Onegin onnipresente sul proscenio, non pregnanti i movimenti scenici del coro, per non parlare della banalità delle due coppie di ballerini come pure dei costumi affatto adeguati . In pratica uno spettacolo che avremmo potuto vedere nel dopoguerra sulle nostre scene quindi poco contemporaneo .

le basabanchi

venerdì 10 novembre 2017

Un ‘iniezione di positività di allegria e di ottimismo quella di Le Basabanchi di Alessandro Fullin andato in scena al teatro La contrada di Trieste pochi giorni fa e in attesa di circolare in tournee già dai prossimi giorni. Il testo e’ambientato all’indomani dell’8 settembre del 1943 a Trieste. Con grande leggerezza intelligenza obiettività e serenità Fullin affronta il problema di momenti terribili per un ‘Italia che una volta di più si presentava come un paese traditore dei propri ideali, dell’alleato, del proprio esercito e di chi aveva creduto in essi. Prendendo dunque le giuste distanze da una certa realtà con un argomento spinoso e sempre presentato con scarsissima buona fede ,troppo spesso strumentalizzato a biechi fini politici. Ebbene Fullin con grazia riesce ad introdurre una visione scherzosa e sdrammatizzante all’interno di un triste periodo di guerra tradimenti e voltafaccia di ogni tipo. Il dialetto triestino fa da protagonista con ogni genere di gags che naturalmente si basano anche su argomenti a sfondo sessuale. Mai la volgarità o la scurrile comicità soprattutto televisiva ormai imperante, riescono a sporcare la leggerezza di Fullin. Ariella Reggio da sempre un ‘attrice comica che avrebbe meritato ben altro rilievo nazionale, ma si sa purtroppo Trieste non è Roma nè Napoli in quanto città sempre defilata da certi giri politici predominanti e ormai imperanti. Come la grande Franca Valeri ci ha insegnato la vera vena creativa non ha necessità di politica ne di radical chic né di vetusti luoghi comuni ormai triti e ritriti. . La partecipazione del pubblico del teatro La Contrada ci ha molto colpito in quanto assai lontana dalle solite prime di certi teatri nazionali ormai intrisi di vetero impegno radical chic. Uno spettacolo onesto e sincero consigliabile agli spettatori di ogni età.