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Spontini al Malibran

lunedì 12 febbraio 2018

Fra le chicche presentate negli ultimi tempi dal Teatro alla Fenice “Le metamorfosi di Pasquale” di Gaspare Spontini non è passata certo inosservata né a noi né all’attento pubblico veneziano che ha affollato il raffinato Teatro Malibran nel cuore del capoluogo veneziano. La farsa in un atto è stata ritrovata nelle Fiandre nel 2016 insieme ad altri tre manoscritti. Fin dall’ouverture abilmente diretta dal giovane maestro Gianluca Capuano si ha modo di assaporare il consistente tessuto orchestrale della partitura che ben si allontana da quello tradizionale del settecento napoletano. Più che le indimenticabili melodie è infatti la struttura armonica che colpisce, anche se paragonata alle opere di Rossini, si può ben capire il motivo dell’oblio per tanto tempo. La produzione veneziana a firma di Bepi Morassi ha però convinto per appropriatezza di stile e per una certa mano sicura nel saper rendere le situazioni comiche . Difficile ritrovare però originalità e spessore interpretativo in personaggi che appartengono più alla tradizione che all’originale vena di Spontini, ben più noto per le sue opere tragiche composte negli anni seguenti all’estero. Concentrandoci sull’aspetto musicale non ci sono sfuggite le belle linee vocali di Irina Dubrovskaya alle prese con una scrittura per niente semplice . La cantante russa è riuscita a rendere con gusto e stile una Lisetta più che degna. Ben reso anche il Marchese di Giorgio Misseri a suo agio in una scrittura rossinianamente ardita. Pasquale era Andrea Patucelli discreto sia scenicamente che vocalmente. La scuola dell’accademia di Belle Arti di Venezia ha ottimamente collaborato con scene e costumi alla riuscita dello spettacolo che ha avuto notevole consenso di pubblico alla recita domenicale cui abbiamo assistito.

Trovatore a Trieste

martedì 30 gennaio 2018

Il trovatore è l’opera italiana romantica per eccellenza anche se alcuni puristi germanisti ammettono questa definizione solo per opere tedesche come quelle di Weber e poi di Wagner. Nell’immaginario collettivo vi è infatti il soprano che ama il tenore ,amore poi contrastato dal baritono. Il finale è quasi sempre una tragedia . In tutto questo quadro Trovatore vi rientra perfettamente. L’allestimento del teatro sloveno di Maribor a firma di Filippo Tonon, non aveva troppe pretese ma non era neppure fastidioso come oggi accade ormai spesso con registi poco rispettosi dei testi . Tonon, che firmava anche scene e luci, cadeva però troppo spesso in una gestualità antica e desueta. Adeguati invece i costumi di Cristina Aceti. Giocoforza l’attenzione si concentrava dunque sull’aspetto musicale che, tutto sommato si manteneva su un livello discreto e superiore a quello di tanti teatri di maggior spicco internazionale . La direzione di Francesco Pasqualetti pur non essendo di grandissimo rilievo, ben adattava l’orchestra alle reali esigenze dei cantanti. Si sarebbe apprezzata una maggiore cura nella riapertura dei numerosi tagli e in particolare dei ballabili che nel Trovatore hanno un senso più che significativo. Ottimo protagonista è stato Antonello Palombi dall’ampia e squillante vocalità tenorile. Anche la Leonora di Marily Santoro pur di un colore vocale un po’ leggero per la parte, si distingueva per linea di canto agile e intonata oltre che ben colorita. Il Conte di luna di Domenico Balzani si faceva ben valere anche se non troppo corposo nei centri. Milijana Nikolic era invece una Azucena convincente anche se un po’ generica nell’impostazione interpretativa . Ottimo scenicamente e vocalmente il Ferrando di Vladimir Sazdovski. Di rilievo anche la prova del coro del Verdi che quasi mai delude. Trionfo per tutti alla prima.

Giselle al Verdi di Trieste

giovedì 4 gennaio 2018

Il repertorio ballettistico classico è abbastanza ridotto se consideriamo che i titoli sono al massimo una trentina. Giselle di Adolphe Adam su coreografie di Coralli e Perrot risulta da sempre nei teatri di tutto il mondo ai primissimi posti non solo per numero di rappresentazioni ma anche per varietà di allestimenti più o meno tradizionali. Sta indubbiamente nella grande semplicità di ispirazione e anche nella freschezza dell’esecuzione il segreto del più eseguito fra i balletti romantici del primo Ottocento. Chi scrive non può infatti dimenticare di aver assistito al Verdi di Trieste nel lontano 1979 a una recita in cui Anna Razzi interpretava il ruolo principale con una pregnanza e una drammaticità assolute non certo inferiori a quelle della molto più conclamata Carla Fracci personaggio popolare ma non sempre eccelso nella tecnica. L’allestimento di Rafael Avnikjan del Teatro Nazionale di Maribor si rivelava assolutamente classico nella tradizione senza essere vetusto o polveroso come potrebbe apparire a noi vecchi appassionati di danza classico accademica . Le belle scene di Juan Guillermo Nova e i costumi di Luca Dall’Alpi pur non dicendo niente di nuovo e di molto personale, ben descrivevano il tragico tema del testo di Théophile Gautier. Il problema di questo allestimento consisteva piuttosto nella precipitosissima direzione orchestrale di Simon Robinson che dei tempi della danza sembrava avere un ‘idea assai vaga costringendo gli esecutori a una folle corsa tutt’altro che comprensibile per un balletto romantico di primo Ottocento. La fretta non era affatto una caratteristica romantica ! i deliri nevrotici fanno parte del secolo ventesimo non certo del diciannovesimo ci verrebbe da dire. Il corpo di ballo sia maschile che femminile ha ben espresso sia nel primo atto come nel secondo lo stile a tratti preromantico del balletto di Adam .Giselle era Yui Sugawara di origini evidentemente asiatiche dal fisico armonioso ma dal volto non sempre così espressivo come la grande scena della follia nel primo atto richiederebbe. Ben altro lo spessore interpretativo dell’Albrecht di Constantine Allen vero danseur noble, ma anche intenso nella profondità drammatica . Sytze Jan Luske era un credibile Hilarion come pure discreta la Myrtha di Olga Hartmann Marin. Il pubblico accorso in una data particolare come quella del 27, fra Natale e Capodanno, ha gradito calorosamente l’agile allestimento sloveno .

Onegin al Verdi di Trieste

martedì 28 novembre 2017

Evgenij Onegin ha inaugurato il Verdi di Trieste con grande successo il 17 novembre scorso. Apprezzabilissima la scelta di un grande titolo,dall’omonimo romanzo di Alexander Puskin, quale quello del capolavoro ciaikovskiano che pur essendo fuori dai soliti titoli di repertorio non è ancora perfettamente inserito nei teatri italiani. Grande afflusso di pubblico anche all’ultima recita quella del giorno 25, alla quale abbiamo assistito. Ottima la direzione di Fabrizio Maria Carminati che, provenendo da una solida tradizione belcantistica non ha affatto accentuato quei roboanti effetti tardo romantici di cui tanti direttori di tradizione sono troppo spesso generosi . Mancava però talvolta il senso della teatralità nei finali delle scene, giusto a segnare l’ ineluttabile tragicità ciaikovskiana. In più Carminati conferiva sempre quel senso della cantabilità che trova nel belcanto la sua migliore caratteristica. Valeria Mastrangelo era una Tatiana di ottima presa vocale ma anche di un certo fascino interpretativo, mai sforzata e sempre accorata. Anche il Lenskij di Catalin Toropoc aveva il suo fascino in un’ interpretazione dai toni profondamente scuri e sentiti anche nell’evoluzione psicologica del personaggio. Il Lenskij di Tigran Ohannyan dopo una prima parte non troppo convincente, soddisfaceva nella splendida aria prima del fatale duello. Bella anche la brunita vocalità di Olga ossia Anastasia Boldyreva . il principe Gremin di Alexey Birkus non solo era valido teatralmente ma anche vocalmente. Buone nell’insieme anche le parti secondarie. Diverso purtroppo il discorso per l’allestimento dell’Opera di Sofia di cui non solo non si sentiva affatto la necessità ma che appariva assai modesto in ogni suo aspetto, partendo dalla banalità e scontatezza della concezione. Un Onegin onnipresente sul proscenio, non pregnanti i movimenti scenici del coro, per non parlare della banalità delle due coppie di ballerini come pure dei costumi affatto adeguati . In pratica uno spettacolo che avremmo potuto vedere nel dopoguerra sulle nostre scene quindi poco contemporaneo .

le basabanchi

venerdì 10 novembre 2017

Un ‘iniezione di positività di allegria e di ottimismo quella di Le Basabanchi di Alessandro Fullin andato in scena al teatro La contrada di Trieste pochi giorni fa e in attesa di circolare in tournee già dai prossimi giorni. Il testo e’ambientato all’indomani dell’8 settembre del 1943 a Trieste. Con grande leggerezza intelligenza obiettività e serenità Fullin affronta il problema di momenti terribili per un ‘Italia che una volta di più si presentava come un paese traditore dei propri ideali, dell’alleato, del proprio esercito e di chi aveva creduto in essi. Prendendo dunque le giuste distanze da una certa realtà con un argomento spinoso e sempre presentato con scarsissima buona fede ,troppo spesso strumentalizzato a biechi fini politici. Ebbene Fullin con grazia riesce ad introdurre una visione scherzosa e sdrammatizzante all’interno di un triste periodo di guerra tradimenti e voltafaccia di ogni tipo. Il dialetto triestino fa da protagonista con ogni genere di gags che naturalmente si basano anche su argomenti a sfondo sessuale. Mai la volgarità o la scurrile comicità soprattutto televisiva ormai imperante, riescono a sporcare la leggerezza di Fullin. Ariella Reggio da sempre un ‘attrice comica che avrebbe meritato ben altro rilievo nazionale, ma si sa purtroppo Trieste non è Roma nè Napoli in quanto città sempre defilata da certi giri politici predominanti e ormai imperanti. Come la grande Franca Valeri ci ha insegnato la vera vena creativa non ha necessità di politica ne di radical chic né di vetusti luoghi comuni ormai triti e ritriti. . La partecipazione del pubblico del teatro La Contrada ci ha molto colpito in quanto assai lontana dalle solite prime di certi teatri nazionali ormai intrisi di vetero impegno radical chic. Uno spettacolo onesto e sincero consigliabile agli spettatori di ogni età.

Le Siège de Corinthe a Pesaro

venerdì 25 agosto 2017

Non ci si annoia mai al Rossini Opera Festival. Anche quest’anno contrariamente alle previsioni che vedevano di fatto una sola nuova produzione e l’assenza di vere e proprie star canore. Queste dovrebbero essere in teoria la vera anima di un festival esclusivamente incentrato sulle creazioni rossiniane,ricordiamolo,sempre concepite per grandi cantanti solisti, le  vere e proprie star dell’epoca di composizione. Oggi le star sono invece i registi e il vero richiamo per giornali televisioni e gran parte del pubblico sono loro in tutto e per tutto. Anche se poi i tempi sono fertili produttori di nuove voci giovani e fresche come quelle presentate quest’anno al festival . Fura dels bauls, come si sa, è in campo internazionale fra i più richiesti gruppi registici ed è così che la nuova produzione del monumentale  Siège de Corinthe  è stata affidata al gruppo catalano. Esso ha ritenuto di rappresentare il problema  della gestione dell’acqua comune, come  motivo scatenante di guerre internazionali e di lotte intestine. Uno spettacolo indubbiamente imponente e ad effetto, ma che veniva anche spesso a sembrare assai lontano dalle effettive ragioni musicali della splendida partitura rossiniana, basata sempre sull’esaltazione del bello. Non per niente infatti si venivano ad assaporare le splendide musiche per le danze, finalmente recuperate nella loro interezza ed assai adeguatamente eseguite dall’esperta bacchetta di Roberto Abbado, soprattutto quando era assente ogni movimento scenico. Ad Abbado va ascritto il principale merito di questa notevole esecuzione de” Le Siège”. Diverse volte durante le spettacolo  ci è venuto infatti da pensare come le grandi partiture ben eseguite, abbiano la forza di resistere alle più ardite scelte registiche . Resta comunque la grandiosità di Rossini nell’essere riuscito a realizzare un vero grand-opéra francese di grande eleganza ricchezza e drammaticità pur conservando il proprio carattere melodico tipicamente italiano o meglio rossiniano. L’ Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai ben corrispondeva alla direzione di  Abbado che, pur infortunato al braccio destro riusciva a concertare con sicura tempra anche il buon coro del Teatro Ventidio Basso. Luca Pisaroni è un protagonista Mahomet, spavaldo e arrgoante comme il faut nella scena e nella vocalità sprezzante del suo personaggio . Vera rivelazione è stata poi la acuta e spesso acutissima tenorilità del Neoclés di Serghei  Romanovsky che trova nel registro acuto una sicurezza sbalorditiva e teneri abbandoni in particolare nel meraviglioso “Celeste providence” dipanato con grande sicurezza.  Anche il Cléomene di John Irvin non deludeva affatto. Nino Machaidze è stata  una Pamyra di sicura presa drammatica e saldo impatto anche se certe durezze timbriche e uno scarso fascino nel settore acuto le impediscono abbandoni e trasporto nei momenti più lirici. Trionfo alla prova generale.

Altri canti d’amor

sabato 19 agosto 2017

Più che un chiostro quello di san Domenico è uno scrigno all’interno del quale fin dalla sua prima utilizzazione possiamo dire di aver potuto apprezzare spettacoli sempre di alto livello. Come si sa in questi casi il livello di attesa è sempre alto ed ogni anno il rischio è quello di rimanere delusi anche perché l’esiguità delle possibilità sceniche offerte dallo spazio ridottissimo e la vicinanza con gli artisti è sempre così ristretta da mettere a nudo eventuali carenze.  E’ stato così che il fascino di Monteverdi e dei suoi madrigali in particolar di “Hor che il ciel e la terra” , del Lamento della Ninfa e del Ballo delle Ingrate ha ammantato ancora una volta di prezioso fascino. Plasticità che solo la leggera mano di Antonio Greco riesce a conferire ai solisti del Ensemble Barocco del Festival Della Valle D’itria. Anche la regia di Giacomo Ferraù che si avvaleva delle semplici coreografie di Riccardo Olivier soddisfaceva le esigenze espressive degli arditi sonetti petrarcheschi legati agli eterni temi di vita, morte, amore . Nonostante la tarda ora d’inizio dello spettacolo la rarefatta atmosfera monteverdiana soddisfaceva pienamente il folto pubblico accorso .

La serata si era aperta con l’ illuminante interpretazione delle vivaldiane Stagioni da parte dei Barocchisti diretti da Diego Fasolis che dipanavano le arditezze e i virtuosismi con equilibri armonici e dinamici di assoluta originalità tali da raffigurare colori e nuances quasi inaudite alle nostre orecchie assetate di bella musica. Risplendeva in particolare l’arte violinistica del virtuoso Duilio Galletti nell’esecuzione dei diversi movimenti delle stagioni inframmezzata da arie solistiche tratte da opere vivaldiane più o meno celebri. Spiccava Philipp Mathmann controtenore, che eseguiva con grande eleganza la già citata “Sol da te mio dolce amore da Orlando. Anche Michela Antonucci e Loriana Castellano s. Ammirevole era poi l’esecuzione di” Gelido in ogni vena” da parte di Lucia Cirillo. Grande successo al concerto nell’ampio cortile di Palazzo Ducale.

Orlando a Martina Franca

venerdì 11 agosto 2017

Centralissima è risultata la personalità di Antonio Vivaldi con il capolavoro Orlando Furioso . l’Orlando vivaldiano al contrario della maggior parte dei titoli presentati a Martina Franca non è però una prima esecuzione in tempi moderni ma appare bensì in una versione alleggerita dal regista Fabio Ceresa che presumibilmente per ragioni di tempo, ha tagliato la partitura di alcune arie . Ora possiamo capire che i tempi cambiano e che la fruizione dello spettacolo degli spettatori settecenteschi era ben diversa da quella attuale , ma è anche vero che un festival come quello della Valle d’Itria è nato per restituire l’assoluta integrità alle partiture dimenticate dalla tradizione esecutiva .  Il mettere mano a un libretto, fatto peraltro già perpetrato altrove da certi registi , può essere l’inizio di una pericolosa moda che si trova proprio all’antitesi dello spirito di un festival come quello martinese. Detto questo dobbiamo riconoscere che il lavoro registico del giovane milanese non nuovo al festival della Valle d’Itria, non ha mancato certo di attrattività, nella concezione generale dello spettacolo con le imponenti scene di Massimo Checchetto e i ricchi costumi di Giuseppe Palella, che conferivano all’insieme quell’innegabile fascino barocco in cui la suadente musica di Vivaldi non mancava certo di introdurci. Diverso il discorso sulla gestualità, che nell’intenzione di apparire più leggera e graziosa in una certa tradizione settecentesca, toglieva invece agli eroici personaggi  concepiti dall’Ariosto, quell’aura coturnata indissolubile. Essa  accomuna tutti e risplende nelle più intime fibre della partitura vivaldiana che non può assolutamente essere contaminata. I Barocchisti diretti da Diego Fasolis costituivano da soli una vera e propria attrattiva, autenticamente barocca così come ci siamo abituati ad apprezzare da diversi anni . Il gesto deciso ma insieme leggero di Fasolis dipanava con magistrale eleganza l’ensemble di cui ogni elemento risultava come un vero e proprio solista pur nella meravigliosa fusione dell’insieme . Il cast era  discreto anche se privo di quei motivi di grande virtuosismo ed éclat indissolubili. In primis l’Orlando di Sonia Prina pur avendo dalla sua una solida tecnica e uno stile indubbiamente belcantistico, doveva fare i conti con il trascorrere degli anni e con una certa usura vocale, che non le impediva comunque di ritrarre interpretativamente un solido personaggio in particolare nella scena della pazzia. Assai positiva poi la non prevista presenza del controtenore Luigi Schifano nella parte di Ruggiero, ,che ci ha riservato il momento più toccante dell’intera serata eseguendo magistralmente “Sol per te mio dolce amore”. Angelica di Michela Antenucci era di buon livello, come pure l’Alcina di Lucia Cirillo, senza fissare comunque un segno significativo nella memoria dell’’ascoltatore.  Il Medoro di Konstantin Derri lasciava piuttosto a desiderare a causa del leggerissimo spessore vocale. Discreto il Bradamante di Loriana Castellano. Palazzo Ducale gremito e gran successo finale.

Margherita in Valle d’Itria

domenica 6 agosto 2017

Il melodramma semiserio  in due atti Margherita d’Anjou di Giacomo Meyerbeer sembrerà strano a dirlo,  ma non era mai stato rappresentata in tempi moderni.  Il mercato discografico gli ha dedicato un ‘edizione completa firmata dall’inglese Opera Rara risalente a qualche anno fa. L’opera concepita e realizzata per il Teatro alla Scala ebbe molto successo a partire dal 1820 e sarebbe stato proprio il caso che il massimo teatro milanese non si perdesse l’occasione di riprendere un tale importante titolo,  piuttosto che eseguire troppo spesso opere di repertorio popolare.  Il personaggio della  celebre sovrana , al centro della non meno celebre Guerra delle due rose, non è forse la principale figura vocale del melodramma semiserio del grande autore francese precursore del grand-opéra, visto che sia il ruolo del Duca di Lavarienne come pure quello di Michele Gamautte, sono da ascriversi come protagonistici. Margherita è indubbiamente risultata la proposta chiave di quest’anno al 43 esimo  Festival  della Valle d’Itria, che personalmente abbiamo l’onore e il piacere di seguire fin dal lontano 1991, a dispetto dello scorrere del tempo. L’allestimento a firma di Alessandro Talevi non ha mancato di generare contrasti vista la scelta spavalda  di ambientare l’azione prima in una moderna casa di mode e poi all’interno di una non meno moderna Spa ,invece che nel 1400. La trasposizione operata dal Talevi non ha però alterato i rapporti fra i personaggi, che si sono mantenuti sempre coerenti  senza modificare la drammaturgia del libretto di Felice Romani per la verità piuttosto complicato e poco leggibile in una prima visione.  Anche le scene e i costumi di Madeleine Boyd ben significavano le intenzioni registiche non meno delle coreografie di Riccardo Olivier. La raffigurazione scenica e la caratterizzazione ad esempio del personaggio di Gamautte sono apparse perfettamente calzanti come pure quella del Duca di Lavarienne. Sul piano musicale il sicuro approccio di Fabio Luisi alla testa dell’Orchestra Internazionale d’Italia non poteva dare altro che grande sicurezza e tenuta sotto ogni punto di vista, anche se forse qualche dinamica e qualche colore in più non sarebbe stato sgradito. Vera rivelazione la spavalderia tenorile di Anton Rositskiy che ha del tenore rossiniano più spericolato, tutte le caratteristiche nell’impervia tessitura vocale e un discreto colore brunito nella zona centrale . Una vocalità di sicura presa  da non trascurare in futuro. Isaura di gaia Petrone è stata forse l’altra sorpresa di questa produzione: bel timbro scuro e incisività nel fraseggio. Marco Filippo Romano come Gamautte ha costituito un notevole punto di interesse, per la naturale e prorompente vena comica. La parte di Margherita affidata a Giulia De Blasis mancava forse di quel fascino che ci si aspetta da una cosiddetta bella voce con il  timbro morbido e pastoso. Buona la prova del Coro del Teatro  Municipale di Piacenza . Buon successo di pubblico affluito in massa alla recita del 2 agosto.

Sonnambula al Verdi di Trieste

martedì 9 maggio 2017

La semplicità dei grandi. L’essenzialità del genio di Vincenzo Bellini sta molto in questo fondamentale concetto che si dispiega ampiamente nel capolavoro belliniano andato in scena nei giorni scorsi al Verdi di Trieste con grande successo . L’opera che non andava in scena a Trieste da una decina d’anni è stata presentata in un allestimento del teatro Petruzzelli di Bari con la regia di Giorgio Barberio Corsetti e le scene e i costumi di Cristian Taraborrelli. Si trovava proprio nell’aspetto scenico il punto forte di questa produzione , nella semplicità di questa visione fanciullesca dove da una parte il gioco infantile sfociava in visioni marionettistiche, dall’altro i pochi elementi scenici come un grande letto o una enorme cassettiera, volevano rappresentare il divario fra il mondo infantile e la realtà . Del resto visto che il mondo della protagonista Amina è più vicino al sogno che alla realtà, la visione registica ci può ben rientrare a pieno titolo. L’aspetto musicale riservava invece qualche considerazione più complessa . Da un lato la direzione di Guillermo Garcia Calvo agevolava quasi sempre le prove dei cantanti tenendo spesso l’orchestra ai minimi possibili , dall’altro la resa drammatica veniva quindi talvolta a mancare. Bene la prova dell’orchestra mentre Il coro del Verdi appariva poco consistente nelle voci gravi, maschili in particolare. La protagonista Alessandra Kubas-Kruk pur non in possesso di un bel timbro vellutato e morbido come sarebbe richiesto, ben si disimpegnava nelle ardite tessiture vocali. Avremmo apprezzato un maggior scavo del personaggio nei recitativi e in generale nella difficile arte del recitar cantando. Una prova comunque positiva nel suo insieme. Meno convincente invece Bogdan Mihai come Elvino che in possesso di mezzi vocali non molto persuasivii tendeva un po’ troppo spesso a “sbiancare”nel settore acuto della tessitura . Linea di canto comunque adatta al personaggio nobile- amoroso. Ottima la prova della Lisa di Olga Dyadiv. Il Conte Rodolfo di Filippo Polinelli appariva poco incisivo e autorevole. Grande successo per tutti alla prima.