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Bella addormentata a Trieste

mercoledì 12 dicembre 2018

Nel periodo prenatalizio Il balletto classico gode da sempre una stagione assai felice. E’ stato così che il teatro Verdi di Trieste non si è lasciato sfuggire l’occasione di rappresentare quello che è probabilmente il titolo più complesso dell’intero repertorio: “La bella addormentata” su musiche di Ciaikovski e coreografie di Marius Petipa. Per l’occasione è stato così invitato il balletto dell’Opera di stato di Odessa, che con un organico di circa 60 ballerini ha presentato una versione scenica nel suo insieme degna della grande tradizione di questo balletto. Pur con scene dipinte ma accurate di Evgeny Gurenko e colorati costumi di Sergei Vasyilyev . Il fatato mondo dell’immortale fiaba di Perrault, attraverso la suggestione della danza riusciva a convincere il folto plaudente pubblico triestino della prima. Vi è sempre un certo rischio di cadere nel kitsch o nel rococò, cosi lontano dallo stile attuale minimalista e scarno. Nell’affrontare titoli come questo lo si sa a priori, ma è giusto realizzare ciò che piaceva alla corte dello zar nel 1890, con la massima cura e rispetto. Detto questo l’aspetto musicale era ben sostenuto dalla direzione di Igor Chernetski che dava quel giusto senso” pompier”, che se vogliamo è sempre presente nelle musiche di Ciaikovsky. Il ricco organico richiesto per l’esecuzione di questo fastoso balletto che comprende ben sei soliste solo per la rappresentazione delle fate, appariva in tutta la sua completezza . Protagonista Olena Dobryanska che, pur se non giovanissima ed eclatant,e sembrava ben conoscere la tecnica e lo stile del ruolo di Aurora. A questo impegnativo ruolo avremmo desiderato veder conferita maggiore sicurezza negli equilibri, sia dell”Adagio della rosa” come pure degli altri passi a due . Ben sicuro appariva invece al suo fianco il Desiré di Stanislav Skrinnyk dall’elegante figura . Alina Sharay era una degna Fata dei Lillà mentre Bogdan Chabanyuk una convincente fata Carabosse. La direzione orchestrale di Igor Chernetsky dava tutta quella teatralità necessaria alla buona esecuzione del balletto. Grande successo alla prima rappresentazione.
Ben diverso il risultato artistico del Lago dei cigni andato in scena al Teatro Comunale di Monfalcone rappresentato dal teatro Accademico Municipale dell’Opera di Kiev. Preferiamo stendere un pietoso velo, sul livello dell’allestimento che si potrebbe definire “ da camera “ se così si potesse fare nel rappresentare uno fra i più celebri balletti della storia della danza. Un unico velo dipinto sulla scena , un principe improbabile e costumi di assoluta modestia . Sala mezza vuota ma plaudente alla fine di uno spettacolo non a livello delle ottime proposte del Teatro di Monfalcone che speriamo di poter apprezzare in altre serate più felici.

Macbeth alla Fenice

giovedì 29 novembre 2018

Macbeth è indubbiamente uno fra i titoli più invoglianti per i registi e la Fenice ha scelto di inaugurare la stagione 2019 con questo capolavoro verdiano . Damiano Michieletto alla sua nona regia nel massimo teatro veneziano non solo non delude le aspettative ma supera se stesso, con un allestimento destinato a dividere il pubblico. Dimostra anche, se ce ne fosse stato bisogno ancora una volta, che per fare del grande teatro non sono necessarie scene faraoniche o allestimenti ultracostosi, ma basta un bravo regista. Il bravo regista non solo riesce a fare il gran teatro con i fichi secchi come si faceva negli anni cinquanta , ma anche fa recitare solisti e masse come abbiamo potuto apprezzare in questa occasione . Il bravo regista sa rinnovarsi sempre e riesce a non essere mai prevedibile, come troppo spesso capita. In più la lettura psicanalitica del dramma scespiriano operata dal regista viene trasmessa con una forza comunicativa diretta e sicura come raramente ci è stato dato di vedere. In pratica ci troviamo spesso davanti a un lavoro da manuale come nell’uso accuratissimo delle luci o dei colori come quello del sangue dei morti spettralmente bianco, o dei materiali come il cellophane che si stringe per uccidere e avvolgere i morti. Anche le scene che spesso mastodontiche intralciano l’introspezione psicologica, qui sono totalmente assenti e mettono l’accento sugli eleganti costumi moderni di Carla Teti. Unica nota negativa la totale mancanza delle danze non solo per lo splendore delle musiche verdiane, ma anche perché ci saremmo aspettati da Michieletto una personale interpretazione delle stesse. La direzione di Myung-Whun Chung si può accostare a quella dei grandi direttori che hanno affrontato la parte in passato. Slancio autenticamente verdiano rifiniture accuratissime , solo talvolta eccesso nei volumi ma l’acustica ricchissima della sala gioca questi scherzi. Protagonista era Luca Salsi un baritono con mezzi vocali superiori alla media, ottima tecnica ma talvolta eccessivamente prorompente e compiaciuto delle sue capacità . Vittoria Yeo è stata una splendida Lady per presenza scenica e intensità interpretativa. Pur non essendo un vero drammatico come la parte richiederebbe, ha ottenuto con lo scavo del fraseggio una grande immedesimazione. Ottimi anche il Banco di Simon Lim e il Macduff di Stefano Secco. Notevoli pure le prove del coro e dell’orchestra della Fenice in uno spettacolo giustamente applauditissimo.

I Puritani inaugurano il Verdi di Trieste

venerdì 23 novembre 2018

IPuritani non è forse solo l’ultimo capolavoro ma un vero e proprio testamento spirituale di Bellini in quanto l’ultima opera prima della prematura morte del cigno di Catania. E’ anche una vera e propria sfida per quanto riguarda la composizione del cast in cui al tenore protagonista di eccezionali capacità va affiancato un soprano dalle grandi doti vocali e interpretative . Il Verdi di Trieste ha voluto dunque cimentarsi in questa prova inaugurando la stagione di quest’anno. Sfida complessivamente vinta se si considera il grande successo di pubblico alla prima serata di inaugurazione della stagione 2019. Affidata la regia al tandem Katia Ricciarelli Davide Garattini i quali hanno presentato una visione piuttosto tradizionale dell’opera che volendo mantenersi nell’ambito di una giusta attinenza all’ambientazione originale, non presentava sorprese ma neppure idee personali e introspezione psicologica dei protagonisti. La direzione d’orchestra di Fabrizio Maria Carminati teneva il passo nel suo insieme anche se con qualche scollatura fra coro e orchestra in particolare nel primo atto alla prima rappresentazione, poi riparata nelle recite successivea. Carminati sapeva nel suo insieme sostenere i cantanti nelle impervie tessiture. Ritmi spesso un po’ troppo serrati, mancava talvolta quel senso di abbandono elegiaco tipico di Bellini. Pregevoli sono stati poi le riaperture di alcuni tagli come i duetti “Ah sento mio bel angiol” e” Da quel di che ti mirai “. Non eseguito solo lo splendido terzetto “Se il destino a me t’invola “ fra le pagine più alte ed ispirate del grande catanese. Ottima prova offerta alla prima da Antonino Siragusa ossia Arturo che conferiva presenza scenica e sicurezza nella tessitura un certo piglio e una comunicativa non indifferente, anche se talvolta un po’ sforzato nell’emissione, pur essendo dotato di ottima tecnica. L’Arturo di Shalva Mukeria era invece assai più elegiaco e meno eroico, con un gusto nel fraseggio e con emissione sicurissima in tutti i registri e grande capacità di sfumature. Ruth Iniesta era una Elvira dal timbro non esageratamente personale ma dalla linea di canto sempre sicura e precisa. Mario Cassi delineava un Riccardo giustamente sprezzante più incisivo rispetto a quello di Stephen Gaertner. Alexey Birkus prospettava un significativo Giorgio non meno di Abramo Rosolen mentre Nozomi Kato dava di Enrichetta una discreta interpretazione. Il coro del Verdi offriva un’ottima prova di sé. Vero trionfo alla prima e ottimo successo alla replica del 22 al Verdi di Trieste.

Grupo Corpo a Lubiana

giovedì 22 novembre 2018

Quella del Grupo Corpo è una danza intensa, estrema, irrefrenabile destinata a dare emozioni forti. Può piacere o non piacere ma ci trasporta comunque in un vortice di ritmo a volte ossessivo. Sembra come se non ci si potesse mai fermare mai avere un attimo di pausa o di riflessione intima. Partendo dalla Danza SinFonica in cui i 21 elementi divisi equamente fra maschi e femmine si succedono in un vorticoso alternarsi di forze antagoniste nelle quali non vi sono tracce di svenevolezze. I ritmi musicali incessanti delle tradizioni popolari americane sono intrecciati a quelli più moderni e spasmodici . Quello che colpisce sono poi i corpi eccezionalmente muscolosi delle ballerine che ricordano quelli di appartenenti a sport fra i più energici. In tutti i casi la Danza Sinfonica rimane comunque una sorta di testamento spirituale dello stile pluriennale della compagnia e del coreografo Pederneiras . il secondo pezzo presentato” Gira” del 2017 era invece connotato da una maggiore attenzione ai motivi religiosi di origine afroamericana ricordati anche dagli ampi costumi bianchi. Le musiche espressamente composte da Metà Meta, su antichi temi tribali di origine religios,a ben rendevano l’azione. Anche qui il rutilante succedersi di impetuosi ritmi afrocubani trovava nella forza magnetica di corpi maschili e femminili parificati sia nei costumi, come nella mancanza totale di ogni femminilità, una fra le caratteristiche più evidenti. Grande comunque l’accuratezza e l’ efficienza esecutiva nella spasmodica velocità di esecuzione. Trionfo e folto pubblico il 14 Novembre a Lubiana alla Cankarjev dom.

Serse a Lubiana

sabato 3 novembre 2018

Bisogna dare atto al Festival della Valle d’Itria di aver fatto conoscere in Italia Franco Fagioli. Il controtenore argentino vero sbalorditivo esempio di questo “nuovo”registro vocale che tanto affascina le platee di mezzo mondo lirico e in cui l’Italia rimane ancora una volta in secondo piano. Il 20 ottobre infatti al Cankarjev Dom di Lubiana abbiamo avuto il piacere di assistere a un’ esecuzione di notevolissimo livello che a tratti potremmo definire eccezionale di Xerse di Handel. In primis il gruppo Pomo d’Oro diretto da Maxim Jemeljanicev ha ben poco da invidiare ai più celebri ensemble attivi in campo internazionale, sia per bellezza di suono come pure per cura dei dettagli e brillantezza di esecuzione. Raramente abbiamo potuto ascoltare così accurata attinenza stilistica nell’esecuzione di questa raffinata partitura, dove agli ampi cantabili succedono arie spericolate di imprevedibile agilità, ottimamente eseguite dal cast assai compatto . A dispetto dei troppo diffusi detrattori dello star system, le pubblicazioni di incisioni come questa a firma della Deutsche Gramophone, sono importanti per titoli desueti e capolavori operistici che andrebbero altrimenti dispersi. Allo straordinario talento di Franco Fagioli vero mattatore scenico e non solo vocale di un’ esecuzione che avveniva in forma di concerto ma in cui non mancava una mimica ben accentuata da parte di tutti. Soprattutto una vivacità teatrale non sempre riscontrata in tanti allestimenti registici stanchi o al contrario troppo volutamente arditi. Unico appunto l’esecuzione di una partitura in cui ci risultano effettuati alcuni tagli, forse per non oltrepassare le ben tre ore e mezza di esecuzione scenica . Vivica Genaux era Arsamene ancora una volta la prova provata di come si possa essere grandi cantanti anche se non in possesso di un timbro straordinariamente bello. Agilità straordinarie,legato, senso del fraseggio e musicalità autentica in un’artista assai elegante e affascinante anche scenicamente. Vera rivelazione è stato il soprano Inga Kalna come Romilda : in possesso di timbro dal velluto pregiatissimo si è espressa in filati, piani e smorzati dall’eccezionale valore interpretativo e vocale. Discreto è stato pure Biagio Pizzuti come Elviro. Trionfo per tutti in una serata memorabile di autentico belcanto.

Semiramide alla Fenice

martedì 30 ottobre 2018

Nella Rossini renaisssance Semiramide occupa indubbiamente il posto d’onore. E’ questo infatti fra quei titoli che fanno tremare le vene un po’ a tutti. Concepita per Venezia dal cigno pesarese, l’ultima grande opera italiana di Rossini, ha durata di oltre quattro ore nella versione completa e il manoscritto originale è ora esposto nelle dorate sale apollinee del teatro forse più bello al mondo. L’allestimento a firma di Cecilia Lagorio non è di quelli che piacciono ai critici radical chic che vedono drammi socio politici un pò dovunque. L’impostazione registica è un pò qui quella di una tragedia classica in cui la protagonista è vista come una regina implacabile e fredda che svetta nel suo solipsismo assoluto. Poco importa se fra la prima scena e la seconda, quella dell’ombra di Nino per intendersi , sembra esserci poca assonanza. Lagorio sembra credere (una volta tanto) nel dramma rossiniano e non remare contro come spesso avviene. I fastosi costumi di Marco Piemontese forse più delle scene di Nicolas Bovey e dei movimenti coreografici di Daisy Ransom Phillips, corrispondono alle intenzioni della regista. Chi non crede troppo nel impianto musicale classico di quest’opera è invece Riccardo Frizza che tralascia il rigoroso aplomb rossiniano per trasportare le dinamiche in un mondo più moderno e romantico. Alberto Zedda rimane sempre un grande punto di riferimento. Jessica Pratt ha avuto fasi alterne al di là di una non convincente cavatina, ha dimostrato comunque ottima preparazione. Alex Esposito,, cui va riconosciuto un talento scenico di assoluto rispetto nello studio del personaggio potrebbe privilegiare talvolta una maggiore pacatezza. Enea Scala ha dato all’ingrata parte di Idreno accenti autenticamente rossiniani anche se certi passaggi di registro potrebbero essere messi più a fuoco. Prestazione alterna anche per Teresa Jervolino che dopo una cavatina dove sembrava piuttosto affaticata, ha rafforzato la propria prova fino a una grande scena finale . Ottima la resa del coro e dell’orchestra della Fenice in una serata che aveva tutto il tono di un’ inaugurazione di stagione.

Bayadère alla Scala

giovedì 13 settembre 2018

Fra i grandi balletti dell’Ottocento la Bayadère su musica di Ludwig Minkus è indubbiamente fra quelli entrato più tardi in repertorio. Custodito gelosamente dalle due massime compagnie russe Bolshoi e Kirov fu per merito dei grandi danzatori Natalia Makarova e Rudolf Nureyev che fu diffuso in occidente. La versione portata in questi giorni al teatro alla Scala si con la firma di Yuri Grigorovic è datata 1991 ma è solidamente basata sul capolavoro di Marius Petipa. Il solo atto bianco in questo caso “atto delle ombre “ costituisce , un esempio della genialità del coreografo. Quando infatti il principe Solor disperato per la perdita dell’ amata Nikya si abbandona all’oppio il suo sogno fatato vede moltiplicarsi l’amata in 32 creature celesti. La versione di Grigorovic termina con questo sogno senza dare seguito all’ultimo atto con il crollo del tempio . La versione presentata dal Bolshoi pur nello sfarzo di costumi e scene di Nikolaj Saronov voleva riportare una volta tanto lo spettatore alle originali ambientazioni di gusto orientaleggiante tipiche dello splendore della Russia del 1877. L’esecuzione del Bolshoi dei primi due atti in particolare dell’atto dei festeggiamenti per le nozze di Solor è stata adeguata alle aspettative sia nella resa scenica come in quella musicale con la direzione di Pavel Sorokin alla testa del’Orchestra Scaligera. Margarita Srainer è stata una discreta Gamzatti , mentre Olga Smirnova attesissima étoile moscovita ha lasciato senza fiato per eleganza stile leggerezza in particolare di braccia mani e polsi fra i più leggiadri che si possano immaginare. Semen Cudin è stato un Solor aristocratico e pregnante in ogni suo momento sulla scena. Non esagerato nei virtuosismi ma sempre di una classicità antologica. Il terzo atto è fra quelli che non si possono più dimenticare con le tre variazioni delle Ombre e con l’essenzialità aerea del celebre passo a due del velo che lega indissolubilmente le anime innamorate. Una mimica non troppo aggiornata e volutamente “ancien gout”non ha inficiato la grande riuscita di questa Bayadère da antologia . Trionfo scaligero in un teatro affollato come non si vedeva da tempo.

Barbiere al ROF

giovedì 16 agosto 2018

Per molti anni il Barbiere di Siviglia è stato il simbolo di ciò che il Rossini Opera Festival aveva sempre voluto combattere : le incrostazioni veristiche antibelcantistiche, l’aspetto macchiett stico,una comicità volgare e esagerata che allontanava dall’originale partitura musicale. Nel belcanto Rossini trova infatti le sue radici più profonde, inoltre a Pesaro si voleva recuperare il Rossini serio quanto di più lontano si potesse immaginare dai lazzi e frizzi di certe libertà parossistiche prese da cantanti di impostazione veristizzeggiante,che alcuni direttori facevano finta di ignorare. Inoltre le precedenti edizioni del Barbiere andate in scena a Pesaro non avevano soddisfatto per altri motivi. Sarà forse per questo che si è ritenuto di affidare al decano Pier Luigi Pizzi la realizzazione di un Barbiere che non possiamo non definire antologico. L’anziano ma sempre valente regista ha infatti affilato le unghie con un allestimento pulito, essenziale e affatto banale. Un fondamentale alternarsi di bianco e nero con costumi eleganti e mai esagerati. Si preferiva affidare la comicità alle situazioni piuttosto che a personaggi macchiettistici da commedia dell’arte come troppo spesso abbiamo potuto tristemente vedere in tanti anni di militanza critica. Partendo da un elegantissimo Maxim Mironov nel ruolo di Almaviva restituito al suo ruolo protagonistico principale in un mirabolante succedersi di belcantismo e di eleganza stilistica, accompagnati da nobile presenza scenica. Vera sorpresa è venuta poi da Davide Luciano un Figaro di assoluta eccezione, non solo nella bellezza del timbro e nella varietà del fraseggio ma nella naturale irruenza giovanile sempre congiunta a un colto rispetto stilistico del canto. Pietro Spagnoli ha ritagliato da par suo un Bartolo di rilievo antologico, paragonabile a quello di molti grandi del passato sia per eleganza purezza di stile e linea vocale agilissima come pochi altri. Aya Wakizono pur non in possesso di un timbro ammaliatore si destreggiava con grande sicurezza nella ardita parte di Rosina banco di prova per molti mezzosoprani.Discreto era poi il Basilio di Daniele Antonangeli. Berta era affidata a una decana come Elena Zilio che ben sapeva trasformare i limiti vocali di uno strumento verso il tramonto,nel migliori dei modi. La direzione di Yves Abel metteva in evidenza le arditezze della partitura rossiniana senza certi protagonismi di bacchette troppo note. Trionfo finale per tutti alla prova generale.

Ricciardo al ROF

martedì 14 agosto 2018

Nell’ormai scarno programma festivaliero italiano il Rof continua a splendere di luce propria. Ricciardo e Zoraide che ricordiamo nella splendida produzione firmata da Luca Ronconi e interpretata da una sfavillante June Anderson al fianco di Bruce Ford viene affrontata quest’anno in una nuova produzione firmata dal canadese Marshall Pynkovski . La direzione di Giacomo Sagripanti e un cast ragguardevole hanno permesso ancora una volta al grande festival di far rivivere il genio del cigno pesarese. Il libretto di Francesco Berio di Salsa che supportò la prima al San Carlo napoletano del 1818 è fra i più farraginosi che si possano ricordare. La musica di Rossini ebbe però tale successo che l’opera fu rappresentata a lungo e con grandi trionfi nell’800. Alcune soluzioni musicali anticipano addirittura il grande Vincenzo Bellini nei Capuleti. Certo i molti recitativi non sempre sono significativi abituati come Rossini ci, ha a una vena melodica inesauribile. L’allestimento di Pynkovski non è così l’asso nella manica di questo prezioso repechage . Il regista ci pone davanti a un’ unica scena che può ricordare un grande e moderno tendone da circo dove i preziosi costumi di Michele Gianfrancesco fanno la parte del leone. Non sembra crederci molto Pynkoski in questa storia d’amore fra i due protagonisti che come raramente succede nel mondo operistico vedono coronato il loro sogno amoroso con un finale non fra i più riusciti del pesarese. La recitazione non è rimarchevole, ma soprattutto lascia spazio a una suite di danze che se non risultano fastidiose in quanto ben musicali, appaiono gratuite e ripetitive nel contesto musicale del dramma. A sostenere il tutto si trovava così la direzione acuta di Giacomo Sagripanti che riesce ad evidenziare i migliori aspetti di una partitura complessa ma non avara di fascinosi chiaroscuri. In primis i tre tenori fra cui l’Ernesto di Xabier Anduaga che pur in un ruolo da comprimario, prospetta un futuro tenorile di prima grandezza per morbidezza di timbro ampiezza di registro e fascino stilistico. Juan Diego Florez che riconoscemmo fra i primissimi a partire dal debutto, continua a conservare la malia di una voce dolce ed insieme agilissima priva di qualsivoglia incrinatura. Ma la vera conferma tenorile è venuta dall’Agorante di Sergey Romanovsky il quale sulla tessitura baritenorile riservata a Nozzari, cesella una prova fra le migliori dell’ultima Rossini Renaissance ,abbinata a una presenza scenica ammaliante. Pretty Yende si distingueva da par sua in una Zoraide dolce e charmante oltre che tecnicamente ferratissima. Anche Victoria Yarovaya aveva al suo arco un timbro brunito e una eleganza vocale non indifferente. Buono anche Ircano di Nicola Ulivieri. Trionfo finale alla prova generale.

Rinaldo in Valle d’Itria

martedì 7 agosto 2018

Il capolavoro handeliano Rinaldo godette di una applauditissima edizione napoletana approntata espressamente per la Napoli del 1711 protagonista il castrato Nicolini . Una moderna lezione, se ci è concesso, a certi direttori d’orchestra moderni che sembrano dimenticare l’importanza che veniva data dagli stessi compositori ai grandi cantanti, vere star dell’epoca. Oggi non ci stancheremo mai di dirlo,, le vere star non sono più i cantanti ma i registi, per cui si va a vedere non il Rinaldo di Handel ma in questo caso quello di Giorgio Sangati. A dire il vero una regia che non disturba in questo caso anche perchè nella maggior parte del tempo latita . Al di là di un ‘ambientazione moderna dove i protagonisti sono imprestati dal contemporaneo ambiente del rock in lotta fra di loro. Sangati non ha timore di introdurre all’inizio una bambina e prima di ogni atto due buoni attori, atti a caratterizzare ancora una volta l’ambientazione napoletana. Il fatto è che manca completamente il gusto della sorpres,a dell’imprevedibilità tipica dell’opera barocca capace di stupire piuttosto che di ricordare la realtà contemporanea. Da parte sua vera protagonista diverrebbe così la compagine orchestrale della Scintilla che dà una lezione di stile e di eleganza non solo con l’uso degli strumenti antichi ma anche con l’attinenza stilistica. Manca alla direzione di Luisi quel senso di abbandono elegiaco e del rubato che nel barocco trovano una delle chiavi di elezione. Non vi è cosi’ quell’inevitabile tensione che sempre è da ricercare in un ‘esecuzione dal vivo, dove alla levigatezza della perfezione di una sala d’incisione è da preferire l’emozione della realtà scenica. Per quanto riguarda gli inserimenti musicali da parte dell’italiano Leonardo Leo lo stile esecutivo è stato perfettamente integrato con quello handeliano. Sul piano vocale particolare apprezzamento dobbiamo tributare a Teresa Iervolino nei panni di Rinaldo che non faceva scenicamente invidiare alcuni controtenori moderni . Anche il piglio scenico di Carmela Remigio nella parte di Armida convinceva pienamente. Non lo stesso possiamo dire del Goffredo di Francisco Fernandez Rueda assai poco splendente. Loriana Castellano erauna decorosa Almirena. Grande successo ed affluenza di pubblico alla prima del 28 luglio a Martina Franca.