Archivio della Categoria 'Balletto'

Victor Ullate al Manzoni di Milano

sabato 12 aprile 2014

La suite che Victor Ullate ha presentato al teatro Manzoni è un grande esempio di danza contemporanea eseguita nel migliore dei modi. Una compagnia di grande livello paragonabile alle migliori in campo internazionale. Quella del coreografo spagnolo che l’Italia meriterebbe di avere da molti anni ma che per diverse ragioni non riesce a costruire. Numerosa tecnicamente agguerrita e decisamente versatile. Diverso il giudizio per le creazioni coreografiche che come per tutti i grandi coreografi, sono soggette ad esigenze di originalità e di  espressione del tempo in cui vengono create. Su questo piano la serata Ullate si presentava come un antologia piuttosto datata e legata a un’epoca ormai trascorsa anche se gloriosa. Il programma si apriva infatti con Jaleos un’incalzante e  vertiginosa successione di legazioni rapidissime datata 1996 ma che si rifaceva in realtà alla somma “In the midlle somewhat elevated” di Forsythe del 1987, eseguita peraltro stupendamente dalla compagnia. Alcuni celebri Lieder mahleriani “Eines Fahrenden Gesellen” nella magnifica interpretazione vocale presumibilmente di Dietrich Fischer Dieskau, sono stati ben interpretati in un passo a due di rara intensità emotiva. Sempre su ispirazione béjartiana” Le chant d’un compagnon errant” dove con grande sensibilità si raccontano le traversie di un’amicizia virile. Après Toi  grande assolo maschile di toccante profondità interpretativa sull’inconfondibile secondo movimento della settima sinfonia beethoveniana. Dobbiamo riconoscere che nel concetto di danza Ullate ricalca assai il grande Béjart: la sua frase era infatti: la danza è uomo, contrariamente a quanto pensa la maggior parte della gente comune. Grande attesa vi era poi per Bolero interpretato da tutta la compagnia e collocato in epoca liberty con una coppia al centro impegnata in un passo a due piuttosto sensuale ma dal finale prevedibile e scontato. Notevole affluenza di pubblico e bel successo.      

Galà Il Cigno Nero al Teatro della Luna di Milano

giovedì 3 aprile 2014

“Gran Gala il Cigno Nero” recitava il manifesto un po’ dovunque a Milano. L’aspettativa era così grande nonostante i nomi di Ashley Bouder e Joaquin De Luz principals del New york City Ballet non fossero fra i più noti in Italia. Giuseppe Picone invece è étoile oggi assai più celebre. L’idea era quella di costruire una suite dal Lago dei cigni supportata da un video illustrante interni da palazzi reali per legare i diversi pezzi. Peccato che al di là della breve durata della serata (circa un’ora e un quarto compreso il video),comparivano ben due pezzi assolutamente estranei al contesto generale del Lago. Tre Preludi di Ben Stevenson interpretati dalla giovane acerba Flavia Stocchi e da Giuseppe Picone apparivano di ottimo livello artistico e interpretativo. Il frizzante Joaquin De Luz danzava poi Five Variations on a Theme di stile neoclassico estraneo però al contesto del Lago. Discorso a parte poi per la famosa Morte del cigno di Saint-Saens su coreografie di Fokine che Ashley Bouder ha interpretato per la verità in modo non indimenticabile con alcune rigidità nel movimento delle braccia. Va da sé che i migliori momenti della serata sono sembrati quelli dei due passi a due Cigno Bianco Marianna Suriano e Giuseppe Picone e Cigno Nero con Ashley Bouder e Joaquin De Luz. Da segnalare il volume esagerato della riproduzione sonora che spesso recava  vero e proprio dolore alle orecchie. Bel successo finale di pubblico. Si sarebbe gradito anche un piccolo bis che evidentemente non era previsto.     

Gala des étoiles al Geox di Padova

venerdì 11 ottobre 2013

E’ stato assai confortante per noi assistere domenica pomeriggio al Gran galà di stelle al teatro Geox di Padova. Una realtà quella del Festival padovano di danza giunta ormai alla sua decima edizione. Un’iniziativa concreta e positiva che meriterebbe una conoscenza e un prestigio ben superiore a quella che ha attualmente, anche perché capace di attrarre a teatro e avvicinare al meraviglioso mondo della danza la fascia dei giovanissimi e dei giovani.  Difficilmente essi si avvicinano ormai al cinema e all’opera, che sentono sempre più lontane, abituati ormai a confrontarsi solo con il mondo di internet della realtà virtuale. Un programma classico quello di Padova che accostava i più accademici passi a due come quello dal secondo atto del Lago dei cigni o l’assolo della Morte del cigno di Saint-Saens a coreografie più contemporanee come Arepo di Maurice Béjart . Assai lirica era Ludmila Pagliero nei Preludi, iniziale insieme a Alessio Carbone. Qualche imperfezione nell’impegnativo pas de deux del Cigno bianco da parte di Laura Ecquet mentre assai azzeccato per freschezza e slancio il pas de deux della Silfide con Marion Barbeau e Axel Ibot. La Morte del cigno di Isabelle Ciaravola si è dimostrata assai personale e contemporanea nel gioco di braccia spezzate. Non perfettamente legata alla musica è apparsa la coreografia di Martinez per Scarlatti pas de deux pur nella bella interpretazione di Charline Giezendannere e Marc Moreau . Splendida chiusura della prima parte con Alessio Carbone nel persuasivo e celebre Arepo del grande Béjart. Non ci ha molto soddisfatto invece Adagietto nella strascicata coreografia di O. Araiz nella seconda parte, mentre pregnante e suggestiva è stata Thais su musica di Massenet e assai convincente la chiusura con Arlesienne interpretata da Isabelle Ciaravola e Alessio Carbone. Un programma che alcuni colleghi critici definirebbero senz’altro” popolare” ma che a ragione avvicina il grande pubblico all’affascinante mondo della grande danza molto più di tante cervellotiche coreografie intellettualistiche e noiose. Interessante è stata poi la conversazione finale fra Alessio e Giuseppe Carbone, padre e figlio a confronto: due generazioni e due mondi con punti in comune e divergenze. Grande successo per tutti.

Roméo et Juliette della Waltz alla Scala

sabato 12 gennaio 2013

Se Hector Berlioz non è indubbiamente il compositore più noto e amato sulle scene italiane e la sua musica non fra le più danzabili in assoluto, una ragione ci dovrà pur essere. Nonostante ciò la versione di Romeo e Giulietta, celebre dramma Shakespeariano, andata in scena al Teatro alla Scala con ben dieci recite fra questa fine d’anno e inizio gennaio, ha avuto un grande successo e non immotivato.  Molte sono le coreografie dipanate sulla più celebre partitura di Sergei Prokofiev . Sasha Waltz, coreografa tedesca, fa parte in qualche modo di quella corrente chiamata “Tanz-theater” . Il lavoro della Waltz su Berlioz, è un atto unico di un’ora e 45 minuti anche se non fa gridare al miracolo per originalità di linguaggio coreografico, ha comunque un suo motivo d’essere e una sua dignità artistica. Lontana anni luce dalla cupezza espressiva di Pina Bausch, riesce a trasfondere alla sua creazione comunicatività e lirismo. Con grande femminilità e impronta contemporanea non dilania strutture e spezza il movimento ma lo lascia fluire con continuità espressiva. Certo la potenza ispirata dalla dirompenza di Berlioz non sembrano averla scossa in fondo più di tanto. E’un balletto di grandi insiemi di fazioni avverse com’è giusto ma anche di assoli assai pregnanti come quello di Giulietta e del veleno o quello di Romeo prima della morte. La seconda parte diventa assai corale nello spiegamento dei vivi rispetto ai morti a causa dell’amore. Sentita e profonda la linea del corpo di ballo della Scala che ha filtrato con intelligenza e sensibilità la creazione della Waltz. Emanuela Montanari è stata una Giulietta più che centrata nella plasticità mai fine a se stessa ma autenticamente protagonista.  Antonino Sutera  è stato un Romeo non sempre incisivo ma tecnicamente più che adeguato.  Autorevole e statuario il Frate Lorenzo di Mick Zeni. La direzione orchestrale  di James  Conlon è stata più che significativa mentre nessuno dei tre solisti vocali ci è sembrato degno di gran nota. Grande successo alla recita di martedì 8 gennaio. 

Excelsior come nuovo alla Scala

lunedì 6 febbraio 2012

“Ancora Excelsior” sbottava una signora contemplando la locandina qualche sera orsono fuori dal Teatro alla Scala. In effetti il titolo non è certo fra i più nuovi e originali che si possano oggi programmare. Ma la tradizione vuole la sua parte  e soprattutto in momenti di grave crisi come questa, non solo economica ma anche di valori, è giusto dare al pubblico momenti di sano divertimento, soprattutto se sostenuto da una solida base storico-drammaturgico-musicale.

Il “ballettone” di Luigi Manzotti su musiche di Romualdo Marenco e coreografie di Ugo dell’Ara appariva qualche sera fa in splendida forma. Completamente rivistato e rinfrescato nei costumi sgargianti e privi di quel plumbeo velo radical-chic oggi tanto di moda non solo nel mondo della danza e a teatro. Ottimismo positivista presente infatti in ogni recondito meandro della imponente struttura drammaturgica che alterna quadri dominati dalla Luce a quelli imposti dall’Oscurantismo. Ciò che colpiva era la freschezza di esecuzione dell’intero corpo di ballo che dava l’impressione, peraltro non abituale, di eseguire la coreografia con quello slancio e quel buonumore che fanno parte dello stile originale della composizione. Lo spirito per certi aspetti circense della musica di Marenco  e della coreografia di Dell’Ara, apparivano in tutto il suo splendore. La rutilante esecuzione musicale di David Coleman, specialista del genere, ben lontano dal seguire i capricci dei ballerini, teneva imperterrita i tempi musicali senza troppo curarsi dell’aplomb neppure dei solisti. L’effetto era comunque raggiunto. Alina Somova , nella parte della Civiltà decisamente filiforme ed aristocratica, presentava leggerezza e distacco in ogni momento, e costituiva con Roberto Bolle una coppia di rara luminosità esecutiva e stilistica.

Molto meno in forma appariva invece Marta Romagna alla cui esperienza si sarebbe richiesta una maggiore convinzione nell’impegnativo ruolo della Luce. Pregnante era invece L’Oscurantismo di Massimo Garon. Seducente la Mora indiana di Sabrina Brazzo. Gran successo per tutti alla recita del 25 gennaio.

NYC Ballet a Trieste

lunedì 19 dicembre 2011

Se New York è la città della danza, è indubbio che il suo principale corpo di ballo è il New York City Ballet. Creato molti anni orsono da George Balanchine fu fatto conoscere in Italia dalla mai dimenticata rassegna  chiamata Maratona d’estate. La preparazione di Vittoria Ottolenghi, decana dei critici di danza illustrava approfonditamente i percorsi della compagnia di George Balanchine. Il massimo coreografo di origine russa ma naturalizzato americano ormai da diversi anni è oggi ritenuto classico mentre appariva allora come un fondamentale creatore di danza astratta Il Rossetti di Trieste in una sala affollatissima ha presentato un programma di tutto rispetto, anche se con pochi danzatori, sette principals andati in scena il 26 ottobre in una serata che saranno in molti a ricordare. Apollo Musagète, celeberrimo biglietto da visita di Balanchine, ha aperto una serata che è andata in crescendo. Gonzalo Garcia il protagonista maschile non ci è sembrato incarnare in particolar modo quella bellezza cosiddetta apollinea che è insita nel ruolo. Indubbiamente più convincente è stato il passo a due Diamonds nella bella linea di Sara Mearns e Tyler Angle. Protagonisti del celeberrimo Stars and Stripes su musica di Sousa Ashley Bouder  e Amar Ramsar. Five Variations on a thème era poi il piacevole pezzo su musica di Bach dove l’agile e veloce Joaquin de Luz si esprimeva nelle note variazioni in cui non possiamo dimenticare il celeberrimo Baryshnikov . Suggestivo è stato poi After the rain di Christopher Wheeldon che seguendo l’impostazione balanchiniana ha costruito una plastica concatenazione coreografica. Il clou della serata è stato indubbiamente Who cares? Un omaggio di Balanchine a George Gershwin distribuito in otto pezzi in un susseguirsi incessante di assoli e passi a due. Qui stava la vera cifra coreografica ma soprattutto il vero mood di questo corpo di ballo che non appare più come “contemporaneo” ma ormai classico che più classico non si può proprio nella sua astrattezza. La grande atmosfera newyorkese di Broadway, quell’indescrivibile feeling cittadino che ti fa sentire al centro del mondo e apparire unico tutto ciò che lì avviene. Ecco il New York City Ballet non è più dicevamo la contemporaneità, ma è diventato il classico per eccellenza, la pura rarefatta danza classica quella che non ha bisogno di scene, di costumi, di trame fantasiose, ma che è la sola vera danza pura. Il tutto eseguito nel modo più disinvolto, elegante e apparentemente spensierato, come solo Balanchine sapeva ispirare. Grande successo di pubblico nell’unica serata triestina.    

Grande rentrée di Manon alla Scala

venerdì 18 febbraio 2011

L’Histoire de Manon non è un balletto classico dell’ottocento ma la sua popolarità lo sta trasformando in un balletto di tradizione. Fin dal lontano 1974 in cui fu realizzato dal grande Kenneth Mac Millan per il Royal Ballet ed interpreti della statura di Anthony Dowell e Jennifer Penney, l’Histoire de Manon si impose subito come un vero e proprio capolavoro. Sfidò così il confronto con classici come l’opera di Massenet, che con il suo famoso “Sogno” divenne un cavallo di battaglia per tenori come Beniamino Gigli o Tito Schipa. Particolarità del raffinato balletto è il fatto che dei ben tre atti nessun pezzo è tratto dall’opera, anche se la musica è interamente del grande compositore francese. Ciò che convince profondamente in questo balletto è il linguaggio coreografico di Mac Millan che, oltre ad essere di base fondamentalmente classica, appare comunque moderno, caratterizzato com è da grande fluidità ed eleganza. Indubbiamente è balletto incentrato su due grandi étoiles, a loro  è richiesta non solo ottima tecnica ma anche profondità interpretativa, vista l’evoluzione dei personaggi e le sfaccettature psicologiche. Alla Scala il balletto ha avuto fin dal 1994 ottima fortuna, visto anche il livello degli interpreti fra cui ricordiamo l’intensa Alessandra Ferri e il grande Julio Bocca. Le riprese del 2011 sono a nostro parere (e non solo), destinate a diventare storiche per merito dell’attesissimo ritorno sulle scene del Piermarini di Sylvie Guillem, étoile che ha a suo modo proposto o meglio imposto, una nuova linea di danzatrice molto più moderna. A 46 anni rimane étoile insuperata, essenziale diva e nello stesso tempo antidiva, intelligente, spesso sorridente ma anche secca e tagliente quando serve. Un vero personaggio dei nostri giorni con la consapevolezza della propria superiorità tecnica ma anche artistica. Molti fra cui anche qualche critico, non le perdonano infatti questa sua eccellenza assoluta, che l’ha portata talvolta ad eccedere tecnicamente e a non impegnarsi troppo sul fronte interpretativo. Ebbene nella Manon scaligera Guillem, ha stupito tutti per immedesimazione psicologica per evoluzione del personaggio. Dalla fragile tenera Manon della prima apparizione all’amante appassionata per passare agli accenti più drammatici e disperati dell’ultimo passo a due. Al suo fianco Massimo Murru non ha certo sfigurato, anzi ha saputo ancora una volta dimostrare uno spessore interpretativo di tutto rispetto, un’evoluzione del personaggio e un carattere più che originale. In lui non bellezza apollinea e stilizzata ma un personaggio tormentato e scavato. Ottimo anche il Lescaut di Thiago Soares. Abbiamo anche potuto apprezzare la seconda coppia di star che faceva capo a Roberto Bolle e Olesia Novikova. Quest’ultima proveniente dal Mariijsnki di San Pietroburgo è danzatrice dalla bella linea e dalla tecnica più che notevole, ma manca di luminosità nel volto anche se non si può dire che difetti in spessore interpretativo. Roberto Bolle ha invece dalla sua un fisico straordinario. Si sforza di approfondire il personaggio ma sia il lato tragico che quello dannato di Des Grieux possono apparire lievemente stereotipati in alcune maschere piuttosto che vissuti interiormente. Discreto il Lescaut di Mick Zeni. Note dolenti sul versante musicale nel quale la direzione di David Coleman non solo è apparsa mediocre e di routine ma anche incolore. Scarsa anche la prova dell’orchestra ben al di sotto delle proprie possibilità con cali d’intonazione ed eccessi nei fortissimi. Grande il successo del pubblico in entrambe le serate.     

Il Lago di Nureyev

venerdì 24 dicembre 2010

Il lago dei cigni ha un posto particolare nel cuore di tutti
i balletto mani del mondo:il posto d’onore. E‘il balletto romantico per
eccellenza dove la tecnica accademica più classica va accompagnata
all’interpretazione prima lirica poi drammatica, dove non bastano eleganza e
stile. La tanto auspicata “grazia” non è sufficiente, ma il pathos diviene
protagonista indissolubilmente legato alla tecnica più ferrea. L’edizione scaligera
a firma di Rudolf  Nureyev,da noi
ripetutamente visionata fin dagli anni 90, si avvale in quest’ultima ripresa
dell’eccezionalità di una direzione orchestrale di assoluto prestigio quale
quella di Daniel Barenboim . Come purtroppo si sa, da diverse decine d’anni i
direttori di punta sono adusi a lasciare il posto ai cosiddetti specialisti di
balletto, i quali affrontano il grande repertorio non esigendo sempre il massimo
dalle orchestre ma lasciando la scelta dei tempi ai ballerini e ai maitres de
ballet. Con Barenboim la situazione è cambiata completamente nel senso che,presa
in pugno saldamente l’orchestra, si sono scoperte tutta quella serie di nuances,
di accenti, di dinamiche sfumate, che non si era assolutamente adusi ad
ascoltare.  Pianissimi al limite
dell’udibilità come quello del grande passo a due del secondo atto o al contrario
le massime sonorità delle grandi feste di palazzo. Va però doverosamente anche
sottolineata la non sempre perfetta sincronia fra i tempi eseguiti
dall’orchestra spesso vorticosi al limite della ineseguibilità con la complessa
coreografia come quella di Nureyev, e quelli danzati dai ballerini:sia nel
primo come nel terzo atto sembravano seriamente in difficoltà, in particolare
poi risultava non sempre perfettamente a fuoco l’aspetto mimico pur importante
in un balletto che avrebbe molto da dire anche sotto l’aspetto psico narrativo.
Il corpo di ballo recentemente quasi completamente rinnovato in particolare
nella sua parte maschile, appariva comunque ben impegnato. La coppia di solisti
Leonid Sarafanov Alina Somova perfettamente fusa nella perigliosa coreografia
era indubbiamente smagliante sul lato tecnico e meno su quello espressivo.
Sarafanov splendido Basilio in Don Chisciotte pur eseguendo con grande pulizia
e precisione ogni passo, difettava della profondità e pathos interpretativo che
Nureyev aveva prima concepito per sé ma che poi risultavano anche in interpreti
come Laurent Hilaire o Manuel Legris; mancava così la centralità del
personaggio del principe che avrebbe potuto lasciare spazio a quella di Odette.
Anche qui la situazione non appariva però molto diversa. Solista del Kirov di
San Pietroburgo ha sì linee elegantissime e sinuose ma se risplende nel lirismo
del secondo atto bianco non risulta sufficientemente maligna nel grande passo a
due del cigno nero del terzo atto. Tecnicamente inappuntabile. Il Rothbart di Antonino
Sutera stilisticamente ineccepibile difettava in prepotenza e accanimento
malefico caratteristiche estrinseche del personaggio. Le scene erano di Ezio
Frigerio e i costumi di Franca Squarciapino. Grande il successo al termine alla
prima esecuzione.     

Tod in Venedig alla Fenice

mercoledì 7 ottobre 2009

Il Teatro alla Fenice ha una tradizione di grande raffinatezza. In questo inizio d’autunno ci presenta una vera chicca: Hamburg Ballett con Tod in Venedig, una danza macabra di John Neumeier come recita la locandina. I ballettomani che ci seguono numerosi, sapranno indubbiamente che l’originale coreografo di Milwaukee ma da molti anni trapiantato in Germania, ha iniziato già nel 1983 a rappresentare a Venezia creazioni come La Passione secondo Matteo. Morte a Venezia è una novità assoluta per l’Italia pur essendo stata creata nel 2003. Il personaggio di von Aschenbach diventa qui un coreografo tormentato alla continua ricerca della perfezione non più uno scrittore come nel film. Affascinato dal personaggio di Federico Il Grande ma in maniera diversa da Tadzio, è infelice e roso dall’insoddisfazione fino alla morte. Neumeier  pur tessendo il suo discorso sulla linea del grande film di Visconti, se ne discosta non poco a partire dalle musiche non  mai di Mahler, ma esclusivamente di Bach e di Wagner. Si raffigura così l’eterna insoddisfazione di un artista coreutico, spezzando in continuazione l’azione con improvvise sospensioni provocate dal buio immediato sulla scena. Grandi silenzi o meglio pause interrompono la narrazione coreografica volutamente quindi spezzettata e frammentata. Ma l’adolescente Tadzio è qui un uomo già formato e dalla possente muscolatura non più un giovane imberbe come nel film. Quasi inesistenti i personaggi femminili raggruppati in un’unica interprete Joelle Boulogne, per la verità piuttosto brava. Vero protagonista contorto e introverso è Lloyd Riggins. Ivan Urban un affascinante Federico il Grande circondato dai continui ricordi dei balli di società sempre brillanti e vivaci ma mai soddisfacenti sia pure nei ricordi di Aschenbach. Notevole il pianismo di Elisabeth Cooper. Ricordiamo che le scene e i costumi, quanto di più adeguato alle rarefatte atmosfere del testo di Mann erano dello stesso Neumeier e di Peter Schmidt. Grande successo per un balletto che speriamo vedano in molti anche in altri teatri.

    

Ave Maja al Ravenna Festival

venerdì 17 luglio 2009

E’sempre stato un mito a sé stante quello di Maja Plisetskaja che oggi le giovanissime generazioni possono conoscere solo in video, quei pochi che l’epoca permetteva. Un mito unico soprattutto per la sua eccezionale personalità in cui la grazia tanto decantata come virtù principale di una ballerina classica passava in secondo piano rispetto ad esempio al carattere o molto spesso alla drammaticità delle sue interpretazioni. Non per niente Carmen e Anna Karenina sono ritenute universalmente interpretazioni magistrali. Ma la grande étoile di origini ebraiche rifletteva in sé le terribili sofferenze inferte dal regime sovietico che mai le permise di allontanarsi dall’URSS fatta eccezione per le grandi tournées che come étoile del Bolshoi la videro protagonista assoluta un po’dovunque. La serata ravennate dello scorso 4 luglio al Pala De André avrebbe dovuto concludersi con l’esecuzione di Ave Maja il celebre pezzo di Maurice Béjart creato espressamente per lei,ultima grande diva di una generazione ormai in via di estinzione. La serata iniziava con un breve video in bianco e nero di alcune leggendarie interpretazioni della Plisteskaja nei suoi anni migliori. La sera del 4 luglio a 89 anni non si è sentita di presentarsi in scena in costume, ma ha preferito semplicemente eseguire alcuni maestosi port de bras a coronamento di una serata in cui otto fra le più celebri étoiles del Bolshoi e del Mariinskij di San Pietroburgo interpretavano alcune fra i più celebri passi a due dell’intero repretorio. Sarà forse per questo che essendo le aspettative all’altezza della fama dei due corpi di ballo non sempre sono state soddisfatte appieno.Un palcoscenico completamente nero senza alcun elemento scenico avrebbe richiesto un maggior gioco di luci . Si distingueva indubbiamente Nikolaj Tsiskaridze giovane e affascinante Narciso mentre Ilze Liepa nella Dance Russe di Ciaikovskiana memoria, appariva fragile e inutilmente zuccherosa. Anche la Carmen di Marija Alexandrova che apriva la serata non convinceva per scarsa passionalità e immedesimazione. Al contrario Andrej Merkurev in Adagio di Bach su coreografie di Mirosnicenko interpretava la plastica e moderna coreografia per lui perfetta. Vero punto forte La morte del cigno nel magico ondeggiare di Irma Nioradze di cui l’intensità faceva realmente pensare alle grandi del passato senza troppa nostalgia.Un Don Chisciotte pas de deux, con Michail Lobuchin in forma smagliante e una Marija Alexandrova non così brillante come ci si sarebbe aspettati, chiudeva la serata.