Archivio della Categoria 'Balletto'

Bayadère alla Scala

giovedì 13 settembre 2018

Fra i grandi balletti dell’Ottocento la Bayadère su musica di Ludwig Minkus è indubbiamente fra quelli entrato più tardi in repertorio. Custodito gelosamente dalle due massime compagnie russe Bolshoi e Kirov fu per merito dei grandi danzatori Natalia Makarova e Rudolf Nureyev che fu diffuso in occidente. La versione portata in questi giorni al teatro alla Scala si con la firma di Yuri Grigorovic è datata 1991 ma è solidamente basata sul capolavoro di Marius Petipa. Il solo atto bianco in questo caso “atto delle ombre “ costituisce , un esempio della genialità del coreografo. Quando infatti il principe Solor disperato per la perdita dell’ amata Nikya si abbandona all’oppio il suo sogno fatato vede moltiplicarsi l’amata in 32 creature celesti. La versione di Grigorovic termina con questo sogno senza dare seguito all’ultimo atto con il crollo del tempio . La versione presentata dal Bolshoi pur nello sfarzo di costumi e scene di Nikolaj Saronov voleva riportare una volta tanto lo spettatore alle originali ambientazioni di gusto orientaleggiante tipiche dello splendore della Russia del 1877. L’esecuzione del Bolshoi dei primi due atti in particolare dell’atto dei festeggiamenti per le nozze di Solor è stata adeguata alle aspettative sia nella resa scenica come in quella musicale con la direzione di Pavel Sorokin alla testa del’Orchestra Scaligera. Margarita Srainer è stata una discreta Gamzatti , mentre Olga Smirnova attesissima étoile moscovita ha lasciato senza fiato per eleganza stile leggerezza in particolare di braccia mani e polsi fra i più leggiadri che si possano immaginare. Semen Cudin è stato un Solor aristocratico e pregnante in ogni suo momento sulla scena. Non esagerato nei virtuosismi ma sempre di una classicità antologica. Il terzo atto è fra quelli che non si possono più dimenticare con le tre variazioni delle Ombre e con l’essenzialità aerea del celebre passo a due del velo che lega indissolubilmente le anime innamorate. Una mimica non troppo aggiornata e volutamente “ancien gout”non ha inficiato la grande riuscita di questa Bayadère da antologia . Trionfo scaligero in un teatro affollato come non si vedeva da tempo.

Gala des Etoiles alla Fenice

venerdì 27 luglio 2018

Fra le tante deformazioni imposte da certa intellighenzia radical chic vi è senza dubbio il disinteresse nei confronti dei gala des ètoiles così amati dal pubblico che affolla i teatri di tutto il mondo. Quello della Fenice a cura di Daniele Cipriani andato in scena la scorsa domenica ha riservato non poche sorprese. Di grande fascino il duetto iniziale Adagietto su coreografie di Neumeier nella sensualissima interpretazione di Silvia Azzoni e Alexander Ryabko che ci sono invece piaciuti assai meno nella seconda parte in DonGiovanni sempre di Neumeier. Assai convincente Sergio Bernal in Farmaca del Molinero .Lucia Lacarra e Marlon Dino davano del primo pas de deux del Lago dei cigni una toccante interpretazione, come pure nella seconda parte di Spiral Twist di Russell Maliphant. Meno charmant era invece Liudmila Konovalova nell’ ultimo pas de deux della Bella Addormentata con un valido Denis Rodkin. Più calzante nel Cigno Nero interpretato in seguito. Sensualissimi Maria Shrinkina e Vladimir Shklyarov in Spartacus e decisamente sfavillanti nel Corsaire che chiudeva la serata . Vera rivelazione è stato invece Damil Simkin accompagnato da Tatiana Melnik prima nel Don Chisciotte poi da solo in Bourgeois di Ben Cauwenbergh . In questo danzatore l’eccezionale tecnica è legata a doti fisiche pressoché uniche. Anche Sergio Bernal nella coreografia del Cigno di Ricardo Rue convinceva in una rivisitazione della classica Morte del Cigno di tradizione. Gran successo di pubblico per tutti.

Giselle al Verdi di Trieste

giovedì 4 gennaio 2018

Il repertorio ballettistico classico è abbastanza ridotto se consideriamo che i titoli sono al massimo una trentina. Giselle di Adolphe Adam su coreografie di Coralli e Perrot risulta da sempre nei teatri di tutto il mondo ai primissimi posti non solo per numero di rappresentazioni ma anche per varietà di allestimenti più o meno tradizionali. Sta indubbiamente nella grande semplicità di ispirazione e anche nella freschezza dell’esecuzione il segreto del più eseguito fra i balletti romantici del primo Ottocento. Chi scrive non può infatti dimenticare di aver assistito al Verdi di Trieste nel lontano 1979 a una recita in cui Anna Razzi interpretava il ruolo principale con una pregnanza e una drammaticità assolute non certo inferiori a quelle della molto più conclamata Carla Fracci personaggio popolare ma non sempre eccelso nella tecnica. L’allestimento di Rafael Avnikjan del Teatro Nazionale di Maribor si rivelava assolutamente classico nella tradizione senza essere vetusto o polveroso come potrebbe apparire a noi vecchi appassionati di danza classico accademica . Le belle scene di Juan Guillermo Nova e i costumi di Luca Dall’Alpi pur non dicendo niente di nuovo e di molto personale, ben descrivevano il tragico tema del testo di Théophile Gautier. Il problema di questo allestimento consisteva piuttosto nella precipitosissima direzione orchestrale di Simon Robinson che dei tempi della danza sembrava avere un ‘idea assai vaga costringendo gli esecutori a una folle corsa tutt’altro che comprensibile per un balletto romantico di primo Ottocento. La fretta non era affatto una caratteristica romantica ! i deliri nevrotici fanno parte del secolo ventesimo non certo del diciannovesimo ci verrebbe da dire. Il corpo di ballo sia maschile che femminile ha ben espresso sia nel primo atto come nel secondo lo stile a tratti preromantico del balletto di Adam .Giselle era Yui Sugawara di origini evidentemente asiatiche dal fisico armonioso ma dal volto non sempre così espressivo come la grande scena della follia nel primo atto richiederebbe. Ben altro lo spessore interpretativo dell’Albrecht di Constantine Allen vero danseur noble, ma anche intenso nella profondità drammatica . Sytze Jan Luske era un credibile Hilarion come pure discreta la Myrtha di Olga Hartmann Marin. Il pubblico accorso in una data particolare come quella del 27, fra Natale e Capodanno, ha gradito calorosamente l’agile allestimento sloveno .

Coppélia al Giovanni da Udine

mercoledì 11 gennaio 2017

Perché Coppelia viene da chiedersi? In realtà una vera risposta non ci sembra di poterla dare in tutta sincerità  dopo la visione della Coppelia di Amedeo Amodio andata in scena domenica scorsa al Giovanni da Udine ad inaugurare la stagione di balletti del teatro udinese. Fra i meno rappresentati del grande repertorio classico ,Coppelia ha dalla sua una fra le più preziose e sfolgoranti partiture dell’intero repertorio e qualche rivisitazione quale quella del mai dimenticato Roland Petit. Il coreografo italiano Amodio alla testa del Corpo di ballo Daniele Cipriani Entertainment, preferisce  allontanarsi di molto dalla trama originale del balletto tratto dal  racconto di Hoffmann per incentrare la drammaturgia nel mondo del cinema e in particolare di Hollywood. Il giovane Nataniele rivela tutte le sue aspirazioni ma anche i suoi incubi di giovane attore in erba. La seconda parte del balletto poi abbandona la partitura originale per avvicinarsi a un vero e proprio musical più che al magico balletto di Delibes. La creazione di Amodio che risale in realtà al 1995 non ha dalla sua il pregio dell’originalità, visto che lo stesso Nureyev aveva ambientato la sua Bella Addormentata nel fatato mondo di Hollywood, ma non riveste peraltro quasi mai una grande intensità drammaturgica, se non fosse per il passo a due del secondo atto interpretato con buon affiatamento da Anbeta Toromani e Alessandro Macario, i due validi protagonisti. Manca in questa creazione non solo una ricchezza di vocabolario coreografico sia esso classico o moderno ma anche una sana e profonda urgenza creativa che sarebbe riuscita a rendere l’insieme meno noioso e scontato. Anche il coté drammatico con le figure dei personaggi cinematografici appariva piuttosto debole in quanto poco caratterizzato come horror. Tutto ciò senza voler togliere nulla alla ottima professionalità dimostrata dal corpo di ballo e  dai solisti fra cui la Toromani si poneva ben in evidenza per  eleganza e facilità tecnica.

Virginia Raffaele a Udine

venerdì 11 novembre 2016

“Difficile far piangere ma più difficile far ridere” recita un vecchio concetto teatrale ma sempre attuale. Virginia Raffaele la giovane comica romana trionfatrice televisiva sanremese non ha certo di questi problemi perché la vis comica ce l’ha nel sangue. Artista poliedrica di provenienza familiare circense ha molte frecce al suo arco : di bella presenza , di buon carisma senza dubbio. Si può permettere dunque di non tenere troppo in considerazione i diktat della comicità imperante di stampo convenzional radical chic ma soprattutto politically correct alla Paolo Rossi o meglio alla Lella Costa per intendersi. Certo un personaggio come Francesca Pascale , l’ultima fra le celebre amanti del Silvio nazionale non poteva mancare, ma l’obiettivo della Raffaele non è certo la satira politica e gliene dobbiamo dare atto. Piuttosto quella di costume basata sui personali tics di celebri personaggi come ad esempio Carla Fracci di cui la Raffaele ha per la prima volta osato toccare l’icona. Bianchi gli abiti per svecchiare anche con il classico chignon delle bambine delle scuole di danza, trucco marcato ma soprattutto braccia sempre allungate a cigno nonostante la schiena rigida, quarta posizione sempre ostentata . Viene riservata la scena finale alla Fracci: comica, dinoccolata alla Totò con rara tecnica attoriale. In più quella punta di cattiveria con frasi come”la danza è sofferenza” infarcite alle giovani allieve da ogni maestra di danza di vecchia generazione. O il ribrezzo davanti a un mazzo di fiori non abbastanza importante a riconoscimento della propria celebrità. Azzeccatissimo è stato il titolo Performance scandito ripetutamente con accento filoamericano come per ridicolizzare se ce ne fosse ancora bisogno, tanti spettacoli di danza triti e ritriti esibiti frequentemente come perle di teatro danza. Certo in alcuni momenti il tono non è sempre allo zenit ma anche il coté patetico- sentimentale non è mancato ad esempio nel personaggio fondamentale della poetessa transessuale Paola Gilberto Do Mar con la sua scomoda e vilipesa identità sessuale. Da non dimenticare anche Ornella Vanoni con il suo grande fascino retrò e la sua spiccata personalità non meno che una Belen Rodriguez costantentemente piegata all’indietro sulle reni ma soprattutto su tacchi vertiginosi. Belen comoda, nel distendersi sulle poltrone già occupate da spettatori naturalmente di sesso maschile. Da non dimenticare soprattutto la bella vocalità sensuale esibita dalla Raffaele nell’imitazione ad esempio della cantante Emma dai capelli color elettrico. Grande trionfo con applausi a scena aperta.

Il Lago al Verdi di Trieste

venerdì 22 maggio 2015

Il Lago dei cigni per il balletto è un po’ come il Trovatore per l’opera lirica:alfa e omega di ogni corpo di ballo, un vero banco di prova.  Al Verdi di Trieste in effetti sono stati ospitati negli anni ogni genere di corpi di ballo: dall’immenso Kirov passando per lo Stanislavskij o ai Ballets Trockadero  o il London Festival fino allo storico ballet del Marchese di Cuevas con Rudolf Nureyev nel 1961. La SNG opera in balet di Lubiana ha presentato una versione del capolavoro Ciaikovskiano con coreografie di Lynne Charles che non è facilmente comprensibile neppure da chi come noi assiste a tante produzioni da più di quarant’anni sulle scene internazionali. Da un lato non ci si è voluti infatti allontanare troppo dalla versione originale, quella di Petipa e Ivanov, dall’altro neppure osare una trasgressione totale, quale quella celebre ma decisamente originale di Matthew Bourne apparsa anche in DVD. Interventi più o meno evidenti sulla drammaturgia costellano questa coreografia fra i quali più marcati appaiono nel celebre passo a due del Cigno nero che viene sostituito da diversi cigni neri destinati e solo in alcune versioni unicamente al quarto atto. Ma anche dal punto di vista tecnico esecutivo il corpo di ballo dimostrava diversi punti critici o meglio alti e bassi. Probabilmente l’origine di tali disagi provenivano anche dalla direzione orchestrale di Ziva Ploj Persuh,direttrice dalle indubbie qualità ma molto più adatta a un concerto sinfonico piuttosto che all’accompagnamento di un balletto. Quasi totale mancanza di considerazione delle problematiche di un corpo di ballo, quali la scelta dei tempi, ma soprattutto assenza dell’elasticità richiesta a chi dovrebbe sostenere e assecondare il palcoscenico dall’inizio alla fine o per lo meno nei momenti critici. Abbiamo avuto insomma la netta impressione che la direttrice volesse emulare certi dittatori della bacchetta operistica piuttosto che mettersi al servizio del palcoscenico. Nota interessante  la particolarissima interpretazione di Laura Hidalgo alias Odette Odile; fisicamente ballerina assolutamente lontana da quello classico di Odette dotata di spalle larghe muscolatura accentuata nel torso presentava un personaggio assai inquietante ed ambigua adatta al Lago dei Trockadero nella loro accademica presentazione. Grande successo alla prima.      

Giselle de Cuba al Regio di Torino

mercoledì 17 dicembre 2014

Il Regio di Torino ha ospitato quasi tutti i massimi corpi di ballo del mondo, ma il Ballet Nacional de Cuba occupa uno spazio particolare . La semplicità che sta ancor oggi nell’isola di Cuba traspare nel semplice ed ingenuo allestimento di Giselle capolavoro di Adam. Confermata così ancora una volta la nostra tesi secondo la quale ciò che conta non è lo sfarzo dei costumi e delle scene che pure fanno parte del teatro, ma la convinzione in quello che si sta facendo e la conoscenza stilistica. Il corpo di ballo di Cuba riesce a trasportarci nel mondo romantico e fatato delle Villi, dove la forza dell’amore di Giselle salverà l’incauto principe Albrecht. La versione dell’indimenticabile Alicia Alonso è in repertorio in molti corpi di ballo del mondo  anche se non è la più completa. Nella sua incisività convince però per l’immediatezza e sa arrivare effettivamente al cuore di molti quando è eseguita così come a Torino. Una versione dove il virtuosismo non è certo messo in primo piano se non fosse per certi equilibri e per il ”ballon” di molti salti in particolare maschili. Non trascurabile anche il fascino latino conferito dal calore interpretativo nel primo atto particolarmente solare. Viengsay Valdés è indubbiamente una Giselle latina, sulla scia della grandissima Alicia. Victor Estevez un bel Albrecht ma ancora un po’ immaturo. Esemplare la Myrta di Estheysis  Menendez algida ed altera “comme il faut”. Grande trionfo di pubblico anche all’ultima replica di domenica 15.   

Anne Frank al Verdi di Trieste

martedì 30 settembre 2014

Balletto di rara intensità Anne Frank “parole dall’ombra “ ,quello andato in scena al Verdi di Trieste con grande successo dal 20 al 24 settembre. Il coreografo Walter Matteini  al di là di un prestigioso curriculum, avendo lavorato con i maggiori coreografi contemporanei,ha saputo infatti dare un impronta personale nel linguaggio coreutico.  Oltre un tema piuttosto sfruttato e inflazionato come quello delle celebri memorie della povera bambina ebrea finita in campo di concentramento e mai più tornata a casa durante la seconda guerra mondiale. Un linguaggio intenso pieno di contrazioni e rilassamento tipico di tanta danza contemporanea ma in cui vediamo l’inconfondibile impronta di Mats  Ek . Una coreografia soprattutto  d’insieme quella di Matteini anche se la valida protagonista Maria Focaraccio, nelle vesti dell’infelice bambina ha ben saputo trasfondere la sua disperazione. Assai valide le parti maschili in particolare l’Otto Frank di Julio Cesar Quintanilla in uno stile coreutico che vede proprio nelle caratteristiche maschili di forza e risolutezza, le maggiori attrattive. Fin dall’ouverture è apparso  determinante l’apporto  offerto dalla sicura scelta musicale che spaziava da Vivaldi fino a Bach con palpitanti cori ebraici. La semplicità di scene e costumi  di Ina Broeckx e la forza delle luci di Bruno Ciulli costituiscono poi un degno coronamento dello spettacolo diretto per la parte musicale dal maestro Alvise Casellati.    

Victor Ullate al Manzoni di Milano

sabato 12 aprile 2014

La suite che Victor Ullate ha presentato al teatro Manzoni è un grande esempio di danza contemporanea eseguita nel migliore dei modi. Una compagnia di grande livello paragonabile alle migliori in campo internazionale. Quella del coreografo spagnolo che l’Italia meriterebbe di avere da molti anni ma che per diverse ragioni non riesce a costruire. Numerosa tecnicamente agguerrita e decisamente versatile. Diverso il giudizio per le creazioni coreografiche che come per tutti i grandi coreografi, sono soggette ad esigenze di originalità e di  espressione del tempo in cui vengono create. Su questo piano la serata Ullate si presentava come un antologia piuttosto datata e legata a un’epoca ormai trascorsa anche se gloriosa. Il programma si apriva infatti con Jaleos un’incalzante e  vertiginosa successione di legazioni rapidissime datata 1996 ma che si rifaceva in realtà alla somma “In the midlle somewhat elevated” di Forsythe del 1987, eseguita peraltro stupendamente dalla compagnia. Alcuni celebri Lieder mahleriani “Eines Fahrenden Gesellen” nella magnifica interpretazione vocale presumibilmente di Dietrich Fischer Dieskau, sono stati ben interpretati in un passo a due di rara intensità emotiva. Sempre su ispirazione béjartiana” Le chant d’un compagnon errant” dove con grande sensibilità si raccontano le traversie di un’amicizia virile. Après Toi  grande assolo maschile di toccante profondità interpretativa sull’inconfondibile secondo movimento della settima sinfonia beethoveniana. Dobbiamo riconoscere che nel concetto di danza Ullate ricalca assai il grande Béjart: la sua frase era infatti: la danza è uomo, contrariamente a quanto pensa la maggior parte della gente comune. Grande attesa vi era poi per Bolero interpretato da tutta la compagnia e collocato in epoca liberty con una coppia al centro impegnata in un passo a due piuttosto sensuale ma dal finale prevedibile e scontato. Notevole affluenza di pubblico e bel successo.      

Galà Il Cigno Nero al Teatro della Luna di Milano

giovedì 3 aprile 2014

“Gran Gala il Cigno Nero” recitava il manifesto un po’ dovunque a Milano. L’aspettativa era così grande nonostante i nomi di Ashley Bouder e Joaquin De Luz principals del New york City Ballet non fossero fra i più noti in Italia. Giuseppe Picone invece è étoile oggi assai più celebre. L’idea era quella di costruire una suite dal Lago dei cigni supportata da un video illustrante interni da palazzi reali per legare i diversi pezzi. Peccato che al di là della breve durata della serata (circa un’ora e un quarto compreso il video),comparivano ben due pezzi assolutamente estranei al contesto generale del Lago. Tre Preludi di Ben Stevenson interpretati dalla giovane acerba Flavia Stocchi e da Giuseppe Picone apparivano di ottimo livello artistico e interpretativo. Il frizzante Joaquin De Luz danzava poi Five Variations on a Theme di stile neoclassico estraneo però al contesto del Lago. Discorso a parte poi per la famosa Morte del cigno di Saint-Saens su coreografie di Fokine che Ashley Bouder ha interpretato per la verità in modo non indimenticabile con alcune rigidità nel movimento delle braccia. Va da sé che i migliori momenti della serata sono sembrati quelli dei due passi a due Cigno Bianco Marianna Suriano e Giuseppe Picone e Cigno Nero con Ashley Bouder e Joaquin De Luz. Da segnalare il volume esagerato della riproduzione sonora che spesso recava  vero e proprio dolore alle orecchie. Bel successo finale di pubblico. Si sarebbe gradito anche un piccolo bis che evidentemente non era previsto.