Capuleti alla Fenice

“Ciò che nell’animo si sente”. Questa la più accreditata fra le definizioni di belcanto . Avendo assistito mercoledi 14 gennaio alla veneziana Fenice ai Capuleti e Montecchi di Bellini penso che questa definizione sia assai lontana dalla interpretazione scenica e musicale del capolavoro belliniano. Partendo dalla linea direttoriale del giovane israeliano Omer Meil Wellber che fin dalla sinfonia non solo esagerava nelle sonorità ma mancava di quel rapinoso senso dell’abbandono elegiaco che trova nel belcanto cardine fondamentale. Non vogliamo poi inoltrarci nel mancato senso dato ai recitativi . Se ci avviciniamo alla visione registica di Arnaud Bernard constatiamo che come spesso attualmente succede nei teatri, dimostra scarsa sensibilità nei confronti della delicata partitura belliniana, infarcendo la drammaturgia di gesti e situazioni quanto mai ridicole come l’ingresso di Romeo o anche certi movimenti dei coristi piuttosto sgraziati. Ambientazione in un museo fra tele dismesse  e personaggi che escono dai quadri è quanto di più inflazionato oggi si possa immaginare , vedi Trovatore salisburghese e Giulio Cesare handeliano andato in scena a Torino ma di provenienza parigina Palais Garnier, da noi recensito.  Ma è purtroppo sul fronte del belcanto che si sono aggravate le carenze. Partendo dal Romeo di Sonia Ganassi che tanto abbiamo potuto apprezzare in passato per senso del personaggio, del fraseggio e della tecnica più che ammirevole. La situazione vocale del mezzosoprano si è assai modificata, per così dire appesantita rispetto al passato, i fiati accorciati così da costringerla a sforzi evidenti che col canto belcantistico hanno ben poco a che fare. Accenti sforzati ed esasperati hanno poi offuscato il limpido fluire di un canto che in passato appariva ben diverso. La Giulietta di Jessica Pratt è apparsa poi piuttosto monocorde e piatta, priva di quell’estatico fluire e di quel morbido abbandono che  sono connaturati al personaggio come pure al canto belliniano.Visto che i confronti esistono e che le Giuliette da noi ascoltate in passato sono parecchie, è assai difficile poter preferire il soprano australiano a Cuberli, Gruberova, Devia, Ricciarelli, Devinu, Serra, Aliberti, Anderson, nominandole a caso senza grado di preferenza. Triste ma vero.  Anche il ruolo tenorile era ben lontano da quanto abbiamo potuto apprezzare in altre occasioni. Shalva Mukeria, tenore, aveva infatti poche frecce al suo arco mancando non solo di bel timbro ma anche di sostegno direttoriale. Sufficiente il Capellio di Luca Dall’Amico. Gli applausi al termine non sono mancati.