Ave Maja al Ravenna Festival

E’sempre stato un mito a sé stante quello di Maja Plisetskaja che oggi le giovanissime generazioni possono conoscere solo in video, quei pochi che l’epoca permetteva. Un mito unico soprattutto per la sua eccezionale personalità in cui la grazia tanto decantata come virtù principale di una ballerina classica passava in secondo piano rispetto ad esempio al carattere o molto spesso alla drammaticità delle sue interpretazioni. Non per niente Carmen e Anna Karenina sono ritenute universalmente interpretazioni magistrali. Ma la grande étoile di origini ebraiche rifletteva in sé le terribili sofferenze inferte dal regime sovietico che mai le permise di allontanarsi dall’URSS fatta eccezione per le grandi tournées che come étoile del Bolshoi la videro protagonista assoluta un po’dovunque. La serata ravennate dello scorso 4 luglio al Pala De André avrebbe dovuto concludersi con l’esecuzione di Ave Maja il celebre pezzo di Maurice Béjart creato espressamente per lei,ultima grande diva di una generazione ormai in via di estinzione. La serata iniziava con un breve video in bianco e nero di alcune leggendarie interpretazioni della Plisteskaja nei suoi anni migliori. La sera del 4 luglio a 89 anni non si è sentita di presentarsi in scena in costume, ma ha preferito semplicemente eseguire alcuni maestosi port de bras a coronamento di una serata in cui otto fra le più celebri étoiles del Bolshoi e del Mariinskij di San Pietroburgo interpretavano alcune fra i più celebri passi a due dell’intero repretorio. Sarà forse per questo che essendo le aspettative all’altezza della fama dei due corpi di ballo non sempre sono state soddisfatte appieno.Un palcoscenico completamente nero senza alcun elemento scenico avrebbe richiesto un maggior gioco di luci . Si distingueva indubbiamente Nikolaj Tsiskaridze giovane e affascinante Narciso mentre Ilze Liepa nella Dance Russe di Ciaikovskiana memoria, appariva fragile e inutilmente zuccherosa. Anche la Carmen di Marija Alexandrova che apriva la serata non convinceva per scarsa passionalità e immedesimazione. Al contrario Andrej Merkurev in Adagio di Bach su coreografie di Mirosnicenko interpretava la plastica e moderna coreografia per lui perfetta. Vero punto forte La morte del cigno nel magico ondeggiare di Irma Nioradze di cui l’intensità faceva realmente pensare alle grandi del passato senza troppa nostalgia.Un Don Chisciotte pas de deux, con Michail Lobuchin in forma smagliante e una Marija Alexandrova non così brillante come ci si sarebbe aspettati, chiudeva la serata.