Artaserse in Valle d’Itria

Sarebbe stato contento Rodolfo Celletti nel vedere rappresentato proprio a Martina Franca questo raro gioiello barocco nella Valle d’Itria. L’indimenticabile maestro fondatore di questo prezioso festival, diversi anni fa ci confessò infatti di avere un sogno : potersi dedicare concretamente alla valorizzazione di un grandissimo compositore che andava rivalutato non meno di Rossini di Donizetti o di Handel :Johan Adolf Hasse. Un sogno dunque che speriamo possa confermarsi anche negli anni a venire. Il dramma di Metastasio su musica del grande compositore tedesco fu rappresentato a Venezia nel 1730 e in effetti ha di quell’epoca tutto l’incanto melodico. Atmosfere sognanti, a volte patetiche e rapinose lo pervadono dall’inizio alla fine. Certo nella complessa partitura del grande maestro sassone non mancano gli allegri e i passaggi brillanti atti a dimostrare il virtuosismo di cantanti come il celeberrimo castrato Farinelli qui a Martina rievocato nell’impressionante vocalità e interpretazione di Franco Fagioli. Il grande controtenore di origine argentina da noi già precedentemente lodato in  Rodelinda e Aureliano in Palmira, rispettivamente di Handel e di Rossini andate in scena negli anni scorsi, si è confermato quest’anno nella  parte di Arbace. Fra le più spaventosamente impegnative che siano mai state scritte sia per permanenza in scena come pure per complessità e arditezza di tessitura. Le capacità interpretative  e sceniche non si sono comunque mai dimostrate inferiori allo straordinario virtuosismo del grande cantante che qualunque melomane dovrebbe  ascoltare per poter amare un repertorio e un mondo, quello barocco, che ancora oggi è largamente sottovalutato in particolare in Italia. Vicino a lui l’Artabano di Sonia Prina si distingueva per eleganza come pure il Mandane di Maria Grazia Schiavo . Anche il Megabise di Antonio Giovannini  si dimostrava di tutto rispetto . Indubbiamente la direzione di Corrado Rovaris pur essendo corretta e stilisticamente appropriata sarebbe potuta essere più fantasiosa e meno ripetitiva in quanto ricordava certe esecuzioni di musica sacra settecentesca molto in voga in area germanica. La regia di Gabriele Lavia pur basandosi su un solido impianto scenico di Alessandro Camera voleva attualizzare l’azione in un ipotetico golpe realizzato da moderni carabinieri, senza però riuscire a dare una convincente versione del dramma. Ottimo successo di pubblico anche alle repliche.