Arabella di Richard Strauss

Non ce ne vorranno i novecentisti se ancora una volta sosterremo che con Richard Strauss l’opera lirica toccò il vertice ultimo della propria grandezza . Forse proprio con Arabella del 1933 che viene qui presentata nella recentissima edizione del Festival di Pasqua di Salisburgo di quest’anno. La sola presenza di Christian Thielemann alla testa dell’Orchestra della Staatskapelle di Dresda è di assoluto interesse. Quando poi i protagonisti sono Renée Fleming e Thomas Hampson è chiaro che possiamo pensare a un’edizione da antologia. Anche se ad un attento ascolto le condizioni vocali di Hampson non sono più quelle di qualche anno fa, emissione non sempre correttissima e passaggi sfocati non ci tranquillizzano sul futuro del grande baritono. Altra cosa sono  la forza e la classe interpretativa che non lasciano certo a desiderare e che ci danno un Mandryka esemplare. Vi è in più un astro emergente, quello del tenore Daniel Behle nella centralissima parte di Matteo. Voce possente, emissione corretta, squillo, facilità negli acuti lo rendono più che una promessa una realtà. La principale virtù di questa produzione è la direzione di Thielemann che sembra avere concentrata in sé la profonda essenza del decadentismo straussiano, dispiegato con la trasparenza e l’eleganza che solo la Staatskapelle di Dresda può conferire. L’intrigante libretto di Hoffmannstahl viene realizzato dalla giovane regista Florentine Klepper che posiziona il primo atto sopra un tapis roulant che collega le porte comunicanti di alcune stanze d’albergo. Ma le sorprese non mancano negli atti seguenti dove gli influssi kitsch e sentimentali vengono astutamente scombinati. La grande scena finale fra i due protagonisti Fleming e Hampson è da sola una vera chicca teatrale e musicale. La regia video del celebre Brian Large non è al di sotto delle attese, anzi.