Aida minimalista al Verdi di Trieste

Al Metropolitan di New York per molti anni il titolo principale fu Aida cioè a dire Leontyne Price. Un bel giorno la signora Price si ritirò dalle scene e il grande James Levine che è ancor oggi il direttore principale del massimo teatro americano, decise di non rappresentare se non in rarissime occasioni il capolavoro verdiano. Oggi quei tempi, cioè a dire gli anni settanta, sono ormai molto lontani, ma Aida rimane comunque un titolo non molto riproposto in quel teatro.

Il Teatro Verdi di Trieste ha giustamente approfittato del nuovo allestimento di Aida firmato da Hugo De Ana, andato in scena poche settimane fa al Teatro Verdi di Padova, invece che produrne uno diverso. Questo allestimento piuttosto minimale, se confrontato con quelli abitualmente concepiti dal grande regista argentino, si rivela effettivamente funzionale, non scontato, personale sul piano scenico. Una grande piramide centrale con un piano che aprendosi rivela una struttura interna, che un po’ prevedibilmente sarà la tomba finale di Aida e Radamès. Nuovi i costumi che sembrano ispirarsi a un Egitto tribale di vago gusto sudamericano più che autenticamente egizio. Un Egitto comunque mai solare ma dai toni scuri, notturni, illluminati da ottime luci. Inevitabilmente mancavano un po’ tutti i luoghi comuni delle Aide tradizionali con le parate, i trionfi e così via. Assenti quasi completamente le danze ormai recuperate in tutte le edizioni, mentre le poche coreografie rimaste non brillavano certo sotto le cure di Leda Lojodice. Il punto carente era però la gestualità stravista e assai scontata dei cantanti ; mentre quella del coro non era banale.

Vero cavallo vincente era piuttosto il celebrato maestro Nello Santi, depositario della tradizione e capace come pochi altri di evidenziare i pregi e nascondere i difetti dei cantanti. Notevole la tenuta negli insiemi e l’abilità di stemperare colori e nuances nei momenti più lirici, raramente percepibili nelle edizioni areniate, in cui vanno perduti i più intimi accenti che abbiamo invece ampiamente potuto apprezzare in questa edizione triestina.

Il cast nella recita da noi ascoltata, quella del 31 gennaio, era esattamente quello della prima. Adriana Marfisi protagonista, ha quasi tutto ciò che si può richiedere a un soprano lirico: musicalità, sensibilità, una certa padronanza tecnica, presenza scenica accettabile. Peccato che il suo materiale vocale sia uno fra i più sgradevoli mai ascoltati in teatro negli ultimi decenni, considerati anche i comprimari dei teatri di provincia. Il suo timbro si avvicina al suono di una carta vetrata e il suo peso vocale ci sembra adatto a ruoli cosiddetti di fianco o di sostituzione, ma non di più. Diverso il discorso per Walter Fraccaro, Radamès, che ha il peso richiesto per il ruolo con squillo e accenti bronzei collocati ai momenti giusti. Mariana Pentcheva era una solida Amneris a volte un po’ sopra le righe. Paolo Rumetz un Amonasro vecchio stile senza molta originalità, mentre il Re di Alessandro Svab era alquanto opaco. Il coro diretto da Lorenzo Fratini non è risultato amalgamato e armonioso come nei suoi momenti migliori. Grande successo per tutti.